CASO SCHWAZER/ Uno strano silenzio e l’obbiettivo prescrizione degli “accusatori”

- Nando Sanvito

A due mesi dalla fine delle indagini preliminari l’atleta è ancora senza verdetto. Intanto a dilatare i tempi compare una memoria-boomerang di chi lo vuole condannato

cura con anticorpi monoclonali
(LaPresse)

Che fine ha fatto la vicenda processuale di Schwazer? Sono passati quasi due mesi dalla fine delle indagini preliminari più lunghe della storia giudiziaria d’Italia (e forse anche extra Italia) e la palla è ancora in mano al pubblico ministero Giancarlo Bramante, che è a capo della Procura del Tribunale di Bolzano. Il magistrato deve decidere se archiviare la posizione dell’imputato Schwazer, di fatto scagionandolo dall’accusa di assunzione volontaria e recidiva di doping, oppure se rinviarlo a giudizio per questo reato. Come mai ancora non vi è stato un pronunciamento? Premesso che non vi sono vincoli di tempo per il pm, a far sospettare che non sarebbe arrivata a breve una sua decisione è stato il deposito nell’ultima settimana di ottobre presso il tribunale di Bolzano di una memoria difensiva dell’avvocato Guido Carlo Alleva che cura gli interessi della World Athletics (ex Iaaf), la Federazione internazionale di atletica.

Una mossa arrivata a distanza di un mese e mezzo dalla fine delle indagini preliminari, ma concordata con il pm, come si legge nella mail che in data 20 ottobre anticipa al magistrato i contenuti del deposito.  In una ventina  di pagine più allegati l’avvocato della World Athletics ripropone le tesi già sentite in udienza: la catena di custodia delle provette era integra, il Dna è solo di Schwazer, la positività al testosterone sintetico è acclarata, l’assunzione non poteva che essere volontaria; ergo “altro che archiviazione! Schwazer va rinviato a giudizio!”. Insomma fin qui nulla di nuovo, compreso il silenzio su qualche piccolo dettaglio: se era tutto così limpido e chiaro, perché la Wa ha fatto di tutto (anche indebitamente) per non consegnare le provette?; perché il prelevatore ha dichiarato il falso nel verbale di accompagnamento del campione d’urine?; come mai ci sono 15 ore di buco nella catena di custodia?;  perché il Laboratorio in cui erano custodite ha mentito sulle aliquote e ha tentato di spacciare come urina del campione B un liquido fuori dalla catena di custodia? Nessun accenno ovviamente anche al fatto che nel 2016 la Berlinger abbia riconosciuto, dopo lo scandalo delle Olimpiadi di Sochi e le accuse di una Inchiesta della Wada, che le provette da lei fabbricate potevano essere manipolate da ‘professionisti del crimine’ senza lasciare tracce di effrazioni.

Da accusatoria la Memoria si fa poi “difensiva” circa la anomala concentrazione di Dna nelle urine del marciatore, dato chiave per dedurne una possibile manipolazione. Qui le argomentazioni dell’avvocato della WA si basano  sulla perizia di parte del prof. Emiliano Giardina, presentate nell’ultima Udienza di settembre:  in essa si sostiene che la concentrazione di Dna non sia affatto anomala, ma al contrario  fisiologica nell’ambito della estrema variabilità individuale di questo indicatore nelle urine e prova ne sarebbe un valore riscontrato proprio dalla sperimentazione  condotta dal perito del Tribunale, Giampietro Lago: il campione n. 109 corrispondente  a un donatore volontario di 41 anni (!) presentava infatti una concentrazione pari a 8762 pg/µl, dunque nel range compreso tra i 6000 e i 13000 pg/µl stimati retrospettivamente dalla perizia sull’urina incriminata di Schwazer.

Peccato che la memoria e la perizia di parte si dimentichino di verificare quel valore estremo del  campione 109 anche a valle, quantificato non più su un calcolo retrospettivo statistico-probabilistico ma reale: dopo 24 mesi infatti la concentrazione era scesa a 118 pg/µl contro i 1115 riscontrati (dopo 26 mesi) nel campione B delle urine “positive” di Schwazer, risultate così dieci  volte superiori  dell’estremo massimo registrato tra i 49 volontari analizzati e 1000 volte sopra la media.

Persino l’altro dato sbandierato in Memoria – i  14.013 pg/µl attribuiti dalla WA a Schwazer  in una analisi del Laboratorio di Losanna del 2017 – diventa un boomerang: quel valore, calcolato su urine vecchie di 15 mesi e la cui concentrazione di DNA si era quindi degradata di circa il 90% del suo valore iniziale, porterebbe a ipotizzare un dato iniziale di oltre 140.000 pg/ul, sedici volte superiore il picco fuori norma del citato campione 109 e 1400 volte oltre la media umana di concentrazione del Dna, un dato definito dal perito del tribunale “del tutto inverosimile e fuori dalla fisiologia”.

Nel frattempo l’iter giudiziario va avanti da oltre quattro anni e l’imputato Schwazer – in barba alle evidenze processuali – ancora non sa se è scagionato oppure no. Scoprire poi chi l’abbia incastrato è un capitolo giudiziario neppure ancora aperto e il tempo gioca a favore di chi ha come unico obbiettivo la prescrizione  di un reato.

                                                                                                                      

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