Caso Shalabayeva “rapimento di Stato”/ Giudici Perugia “limitata sovranità nazionale”

- Emanuela Longo

Caso Shalabayeva, emerse le motivazioni della sentenza da parte dei giudici di Perugia che parlano di una “compressione” della nostra “sovranità nazionale”

Caso Shalabayeva, in sette a processo
Caso Shalabayeva

Sono emerse nelle passate ore le motivazioni della sentenza di primo grado sul caso Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov che nel 2013 fu espulsa dal nostro Paese insieme alla figlia e poi rientrata in Italia alla fine del medesimo anno dopo mesi di polemiche. Per la vicenda i giudici del Tribunale di Perugia hanno condannato tutti gli imputati, tra cui l’allora capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese e il responsabile dell’ufficio immigrazione a Roma Maurizio Improta con le accuse di sequestro di persona. I giudici hanno definito il sequestro di Alma Shalabayeva e della figlia Aula un “crimine di lesa umanità realizzato mediante deportazione”, come riferisce anche Fatto Quotidiano nel riportare le motivazioni.

Per i giudici di Perugia, quanto accaduto non può che essere definito un “rapimento di Stato” ed il caso viene definito dagli stessi “un unicum nella storia giudiziaria italiana” caratterizzato da “chiari segnali di eccezionalità e di straordinario accanimento persecutorio”. Il tribunale tuttavia non è riuscito ancora a trovare una risposta ad una delle domande chiave dell’intera vicenda: “A quale livello politico o istituzionale venne presa la decisione della deportazione?”.

CASO SHALABAYEVA “RAPIMENTO DI STATO”, MOTIVAZIONI SENTENZA

Secondo i giudici del tribunale di Perugia il trattenimento riservato ad Alma Shalabayeva e la sua successiva espulsione, insieme alla figlia Alua, rappresenta un evento che “sarebbe preferibile definire un ‘crimine di lesa umanità realizzato mediante deportazione’“. Per i giudici del terzo collegio del tribunale di Perugia presieduto da Giuseppe Narducci, quanto accaduto rappresenta “un caso eclatante non solo di palese illegalità – arbitrarietà delle procedure seguite dalle istituzioni italiane, ma, soprattutto, una ipotesi di patente violazione dei diritti fondamentali della persona umana”. Alma e Aula Shalabayeva furono prelevate dalla polizia dopo un’irruzione nella loro abitazione di Casalpalocco il 29 maggio 2013. Come si sa, le forze dell’ordine cercavano il marito ma mamma e figlia furono caricate su un aereo privato messo a disposizione dalle stesse autorità di Astana con l’accusa di possesso di passaporto falso.

Nelle motivazioni della sentenza di condanna dello scorso ottobre, si legge ancora: “La circostanza che ha sconcertato maggiormente il Collegio è che nessun dirigente o funzionario della Polizia di Stato, in nessuna fase di questa vicenda, abbia avvertito la necessità di soffermarsi, e soprattutto di far soffermare l’intera struttura, per ragionare sul fatto che la possibile estradizione di Ablyazov (marito della Shalabayeva, ndr) (se fosse stato catturato a Roma) e, soprattutto, la successiva espulsione della moglie e della figlia sarebbero avvenute in favore di un paese, il Kazakhistan, messo all’indice, nella comunità internazionale, proprio perché nazione che violava i diritti umani, anche praticando la tortura e la eliminazione fisica degli oppositori”. Inoltre, hanno aggiunto i giudici, “Durante tre interi giorni del maggio 2013 si realizzò, di fatto, una limitazione o compressione della nostra sovranità nazionale”.

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