CATTOLICI E AMBIENTE/ Tre novità in campo per “il pianeta che speriamo”

- Luca Farè

All’ultima Settimana sociale di Taranto si è parlato di ambiente, lavoro, futuro. Non solo tavole rotonde, ma anche molte buone pratiche di ecologia integrale

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Chiesa di St. Colomban a Schwangau, Germania (Pixabay)

Nei giorni scorsi si è svolta a Taranto la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani. La prima fu a Pistoia, nel 1907, e nacque da un’intuizione del primo economista beato, Giuseppe Toniolo. Allora vigeva ancora il Non Expedit, decreto con cui la Chiesa impediva ai cattolici la partecipazione attiva alle elezioni e alla vita politica. Toniolo, rispettando le possibilità concesse, diede vita a questa iniziativa con la consapevolezza che la fede potesse offrire un importante contributo culturale e sociale.

Più di un secolo dopo, circa 700 delegati di diocesi, movimenti e associazioni di ispirazione cattolica si sono radunati da tutta Italia insieme a un centinaio di vescovi e altrettanti sacerdoti per avviare una riflessione sul tema “Il pianeta che speriamo: Ambiente, lavoro, futuro #tuttoèconnesso”. Il solco è quello tracciato dalle encicliche Laudato si’ e Fratres Omnes, il cui impatto nella vita della Chiesa (e non solo) è stato paragonato a quello della Rerum Novarum di Leone XIII.

Ho avuto la fortuna di partecipare per la prima volta a questo evento, con la curiosità e il desiderio di toccare con mano la novità che il popolo cattolico può offrire in questo tempo. “Ambiente, lavoro, futuro” non sono parole nuove, anzi, sono tra le più ripetute ultimamente. Eppure, questa apparente non originalità, indica la volontà della Chiesa di rispondere prontamente ai segni del tempo.

Ho trovato meno abituali l’inizio e la fine del titolo (“Il pianeta che speriamo” e “#tuttoèconnesso”). Ho sentito più spesso, infatti, espressioni come “Il pianeta che vogliamo”, “che ci impegniamo a custodire”, “che rispettiamo”, “che tuteliamo” eccetera. Mai avevo visto un accostamento tra le parole pianeta e speranza.

Ho trovato altrettanto originale la volontà di approcciare queste tre tematiche in modo unitario, con la consapevolezza, appunto, che tutto è in relazione e interconnesso.

“Abbiamo bisogno di speranza”, ha detto Papa Francesco durante Il suo videomessaggio introduttivo, parole a cui hanno fatto eco quelle di monsignor Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane sociali: “al cattolico non è chiesto appena di denunciare i problemi, ma di portare speranza. […] La speranza nasce da una salvezza presente”. Occorre coraggio, o meglio, occorre vivere una speranza viva per pronunciare queste parole in un luogo ferito come la Città dei due Mari.

Impossibile elencare qui tutti i passi del lavoro di questi quattro giorni, in cui economisti, sociologi, personalità religiose, ministri della Repubblica e una rappresentanza di giovani hanno dato vita a un dialogo ricco e intenso. Non ci si è limitati alle tradizionali “tavole rotonde”, ma si è voluto lasciare spazio anche alle “buone pratiche” (esempi virtuosi di ecologia integrale in atto) e alla “Alleanza” intra- e inter-generazionale proposta dai giovani attraverso un manifesto di sette punti. Tutto questo accompagnato da proposte di policy presentate alle autorità politiche. Quattro giorni ricchissimi insomma, di cui chiunque potrà approfondire i contenuti sul sito delle Settimane sociali.

Vorrei qui fissare tre punti di novità che ho riscontrato. Il primo è che non è scontato che il popolo cattolico abbia ancora il desiderio di contribuire al bene sociale. Vedere tante persone diverse tra loro e mosse dalla stessa passione per il bene e il bello ha risvegliato anche la mia. Nell’epoca dell’individuocrazia, l’essere popolo è già una novità e un contributo.

Secondo: la Chiesa non è certo la sola a promuovere attivamente il rispetto dell’ambiente e del lavoro. La preoccupazione è comune a molte persone, ma la sua origine non è quella di tutti. Alcuni interventi mi hanno aiutato a capire che il rispetto per l’ambiente nasce innanzitutto dalla consapevolezza che noi siamo relazione; che la nostra persona e l’ambiente che ci circonda sono dati. Non è appena il desiderio (sacrosanto) di un maggior benessere personale, perché questo in fondo esaurisce l’orizzonte al singolo individuo.

San Francesco non amava la natura solo per una bontà caratteriale, o per la ricerca di un ambiente più sano. L’origine della sua ammirazione era la consapevolezza che nulla gli apparteneva, ma che tutto era donato per il suo bene. E il dono implica qualcuno che dia, introduce un terzo fattore senza il quale non si può parlare di speranza.

Altri interventi hanno lasciato trasparire una denuncia più rabbiosa dei problemi attuali. Reazione comprensibile, considerate le ferite ancora aperte a causa di abusi ambientali avvenuti non solo a Taranto. È anche questa la bellezza di un popolo, dove posizioni diverse possono convivere senza che questo sia causa di scandalo e scontro, ma, al contrario, sia possibilità di una continua correzione fraterna.

Terzo: durante i tavoli di lavoro più ristretti ho avuto modo di ascoltare numerose iniziative nate dal basso di natura laica e religiosa. Realtà di cui nessuno parla, ma che stanno dando frutti bellissimi. Chiari esempi di un’intelligenza della fede che diventa intelligenza della realtà, come disse Benedetto XVI.

Dopo questi giorni, è più viva in me la consapevolezza di quello che don Luigi Giussani disse nel 1986 in occasione del decennale del terremoto in Friuli: “Una cultura lega il particolare alla totalità; è colta una posizione se tenta di collegare il momento all’orizzonte totale delle cose (perciò, per sua natura, ogni cultura deve tendere ad essere cattolica, cioè universale, altrimenti non è vera cultura). In questo punto si colloca il contributo che noi dobbiamo dare con chiarezza, passione e umiltà”.

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