CORONAVIRUS GERMANIA E UK/ Lotta ai contagi, ecco perché Merkel e Johnson barano

- int. Ivan Cavicchi

In Germania per il sistema sanitario mutualistico la lotta al coronavirus costerebbe troppo. In Uk invece pesano i tagli eccessivi alla sanità

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La cancelliera tedesca Angela Merkel (LaPresse)

“Gli esperti dicono che potrà infettarsi fino al 70% della popolazione”: lo ha ribadito a Berlino in una conferenza stampa la cancelliera tedesca Angela Merkel, parlando dell’emergenza coronavirus in Germania. “Siamo soltanto all’inizio di questa epidemia” di coronavirus in Francia, ha detto il presidente Emmanuel Macron. E da Londra il premier inglese, Boris Johnson, ha fatto sapere che il numero dei contagi da Covid-19 “è destinato a crescere in misura significativa”. Nonostante queste previsioni e nonostante per la prima volta la stessa Oms abbia esplicitamente parlato di pandemia, i governi dei tre paesi europei non hanno intenzione per il momento di adottare misure draconiane per contrastare il coronavirus. Fanno bene o sbagliano? Sono scelte dettate da ragioni di politica sanitaria pubblica o da altri criteri? “Per capire le scelte degli altri paesi di fronte all’emergenza coronavirus – spiega Ivan Cavicchi, docente di Sociologia delle organizzazioni sanitarie all’Università Tor Vergata di Roma ed esperto di politiche sanitarie – bisogna considerare i contesti di welfare, che sono molto importanti e possono fare da freno. In Germania, per esempio, non hanno ancora superato il sistema mutualistico, che in Italia invece è crollato sotto i debiti nel dopoguerra, sostituito dal sistema universalistico. Ogni 5-6 mesi lo Stato tedesco deve sborsare soldi per ripianare i disavanzi delle mutue. Temo che a frenare i tedeschi siano preoccupazioni di questo tipo”.

Considerano il coronavirus come una semplice influenza?

No. Il fatto è che in Germania hanno un sistema sanitario fondamentalmente mutualistico e questo cambia completamente l’approccio al problema coronavirus rispetto a quello che è stato fatto in Italia.

Perché?

Con il sistema mutualistico la gestione dell’emergenza coronavirus rappresenterebbe una spesa pazzesca, ingestibile. Da noi il sistema sanitario pubblico deve obbedire all’articolo 32 della Costituzione, che recita: tutti hanno diritto alla salute. E questo non vale in tutti i paesi.

Ad esempio, in Germania…

Il loro modello di sanità pubblica è completamente diverso dal nostro. Noi distinguiamo due sistemi differenti: il Bismarck, quello appunto tedesco su base mutualistica, e il Beveridge, come il nostro su base universalistica. E i due sistemi hanno costi ben diversi.

Per quale motivo?

In genere i sistemi sanitari pubblici come il nostro, che si basa sul principio di solidarietà, per cui il sano paga per il malato e il giovane per l’anziano, costano meno degli altri sistemi. È un dato acclarato da anni, perché il costo è distribuito ed è finanziato dalla fiscalità generale. Il modello mutualistico tedesco si basa invece su un principio di contrattazione: le mutue prevedono dei “contributi” in cambio di prestazioni.

E con il coronavirus cosa cambia?

Il Covid-19 richiede una crescita di prestazioni e costi elevati. Basti pensare a un ricovero in terapia intensiva, che è il reparto ospedaliero più costoso in assoluto. Su un modulo di terapia intensiva di 8 posti letto, la legge italiana stabilisce che ci debbano essere 12 medici e 24 infermieri, perché si lavora h24. Il criterio è dettato dal numero di minuti di assistenza per persona: in un reparto di medicina generale i minuti di assistenza nelle 24 ore sono 120, in una terapia intensiva vanno oltre i 900. Quindi è facile intuire che con un’epidemia aumentano le prestazioni e dovrebbero aumentare i contributi, ma non aumentano, quindi il sistema tedesco va in disavanzo e prima o poi in default.

La ritrosia dei tedeschi a intervenire è dunque dettata da ragioni perlopiù economiche?

Più che di ritrosia parlerei di esitazione, perché alla fine anche loro dovranno fare i conti con la realtà: il virus ha una velocità di contagio che non vale solo per noi, vale per tutti, è la sua natura, e più prima che poi dovranno adottare misure come le nostre.

Nella stessa situazione si troveranno presto anche altri paesi europei, come la Francia, la Spagna o la Gran Bretagna?

La Gran Bretagna mi stupisce molto. Hanno anche loro un sistema sanitario Beveridge, simile al nostro, anzi noi 40 anni fa abbiamo copiato da loro.

Boris Johnson teme un’escalation consistente dell’infezione, ma al momento non ha intenzione di adottare misure draconiane di contrasto. Perché?

Sono stato recentemente a Londra e lì tutto è normale: strade affollate, metropolitane piene, tutto funziona come sempre. Secondo me, invece, fanno male a sottovalutare il coronavirus. È però vero che negli ultimi anni il sistema inglese è caduto in una grave crisi. Stanno cercando di ridimensionare le prestazioni, si sono addirittura inventati il cosiddetto Babylon health.

Di cosa si tratta?

È una app che offre la possibilità ai cittadini inglesi di curarsi da sé, entrando in un database anziché andare dal medico. È pericolosissimo.

In Italia, invece, abbiamo scatenato un allarmismo sanitario e sociale eccessivo, adottando misure stringenti di lockdown?

In un mio articolo appena uscito sul mio blog affronto proprio il tema dell’esagerazione. Stiamo, cioè, esagerando davvero?

Lei che risposta si dà?

Un grado di esagerazione c’è, in fin dei conti sono state assunte decisioni draconiane, a spanne. Ma la natura misteriosa del virus e il fatto che decidiamo giorno per giorno, navigando a vista, induce la politica a esagerare in cautele. Il punto vero è il rapporto tra scelte politiche ed evidenze scientifiche.

C’è qualcosa che non va?

Prendiamo, per esempio, la scelta di chiudere le scuole. Tutte le evidenze scientifiche ci dicono che non è una misura giustificata. La politica, cioè, non tiene sempre conto delle evidenze scientifiche e segue altri criteri. La scienza si muove un po’ con il paraocchi, cioè è attenta a un singolo ambito, mentre la politica deve guardare più aspetti: quello clinico, sanitario, economico, sociale, culturale. Quindi in queste emergenze bisogna mettere in conto un’esagerazione. A questo punto, però, usando il buonsenso, sorge il dilemma: vale di più esagerare o sottovalutare? A questa domanda potremo rispondere solo quando l’emergenza sarà chiusa.

Possiamo dire che l’emergenza coronavirus costringerà tutti a ripensare i propri sistemi sanitari?

Il coronavirus ha una grande capacità di far emergere, di mettere a nudo le magagne. Noi con il coronavirus stiamo scoprendo tutte le magagne del nostro Ssn. È ovvio che adesso siamo sotto stress perché siamo stati i più feroci a definanziare scientificamente il sistema, un metodo inventato da Renzi.

In che senso?

Dopo i tagli operati da Monti, da Renzi in poi il definanziamento programmato consisteva nel dare ogni tanto in Finanziaria qualcosa in più al sistema sanitario, ma sempre meno del fabbisogno con l’obiettivo di arrivare in 10 anni a tagliare l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil di un punto, un punto e mezzo. Senza dimenticare che abbiamo chiuso molti ospedali.

Risultato?

Oggi noi abbiamo il numero di terapie intensive più basso in Europa, in 10 anni abbiamo taglieggiato 75mila posti letto. È arrivata l’ondata del coronavirus e ci coglie impreparati. Dopo il coronavirus nulla sarà più come prima, perché se così fosse saremmo davvero degli incoscienti.

(Marco Biscella)  

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