CENTO ANNI DI PCI/ I “socialtraditori”: a Livorno aveva ragione Turati

- Gianluigi Da Rold

Ricorre il centenario del Pci, fondato a Livorno nel 1921. Filippo Turati, socialista, rivolse a chi se ne andava una profezia che la storia ha confermato

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Da sin: Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta e Giorgio Napolitano (LaPresse)

In uno dei suoi libri più belli, Una scelta di vita, Giorgio Amendola racconta che nel 1929 uscì da “casa Croce” e andò a iscriversi al Pci clandestino per poi andare in Francia. Probabilmente, Amendola aveva già avuto contatti con ambienti comunisti. Però quella scelta era maturata soprattutto per la morte del padre Giovanni, ucciso dalle botte dei fascisti, dopo la “Götterdämmerung” dello Stato liberale di fronte a Mussolini e all’adeguamento generale di fronte al fascismo.

In più, la crisi del 1929 lasciò il segno sulle contraddizioni del capitalismo. Aveva 22 anni Giorgio Amendola in quel momento e sotto falso nome raggiunse Parigi dove conobbe la sua compagna di vita, Germaine, a cui disse il suo vero nome e il suo lavoro di “clandestino” solo dopo tre anni.

Quando penso alla fondazione del Pci il 21 gennaio 1921 a Livorno, allora Pcd’I, vado avanti per flashback, per comprendere come un’ideologia spaventosa, che si è rivelata criminale per molti anni, si sia insediata al potere prima nell’Unione Sovietica e poi abbia avuto adepti e ammiratori anche nel nostro Paese e abbia coinvolto uomini onesti e di valore.

Nel miei flashback anche immaginari, mi sembra di vedere la grande saggezza di Filippo Turati, l’uomo che i comunisti italiani identificarono nel personaggio “negativo e riformista” da cui dovevano dividersi e quindi creare il nuovo partito.

Turati aveva fatto, il 28 giugno 1920, un grandioso discorso alla Camera dei deputati dal titolo “Rifare l’Italia”. Poi, nel suo discorso al congresso del Psi a Livorno prima della scissione comunista, pronunciò parole profetiche: “Il mito russo sarà evaporato. Sotto le lezioni dell’esperienza le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi abbandonate. Il nucleo solido di tutte queste caduche è l’azione; l’azione la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma l’abilitazione progressiva, libera per conquiste successive, obbiettive e subbiettive della maturità proletaria, alla gestione sociale. Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura, tutto ciò è il socialismo. E non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino, la via lunga è la più breve perché è la sola. Onde è che quando anche voi stessi aveste impiantato il partito comunista e i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocato e se vorrete fare qualche merito di società nuova, voi sarete forzati a ripercorrere la vostra vita, la via dei socialtraditori di una volta perché è l’unica via”.

Le parole di Turati non furono ovviamente ascoltate, non solo da Amadeo Bordiga e Nicola Bombacci, i leader della scissione, e ci vollero 48 anni perché due comunisti famosi, Camilla Ravera e Umberto Terracini, altri due protagonisti della nascita del Pcd’I, affermassero: a Livorno aveva ragione Turati.

Nei miei continui flashback mi viene in mente la Caduta del Muro di Berlino e la svolta della Bolognina, con Achille Occhetto in plancia e mi arrendo alla grande logica di Marx: la storia si ripete sempre, prima in tragedia e poi in farsa. Attraverso il Pds, i Ds e poi il Pd, da Lenin si è passati all’asse Veltroni-Prodi.

Chi prima o chi dopo, molti attratti dalla mitologia della Rivoluzione d’ottobre furono attratti dal Pci, nato nella sciagurata scissione di Livorno, e poi ripensarono alla loro scelta e tentarono di correggerla. Amendola confessò che nel 1953 pianse alla morte di Stalin, poi guardò al tragico 1956 con sguardo poco limpido, anche se disse “prendemmo la scarlattina”, ma dopo il XX e XXII congresso del Pcus divenne, fin dal comitato centrale del Pci del novembre 1961, il leader di un nuovo ipotetico partito della sinistra italiana unita che superasse il leninismo. Un programma piano che illustrò con grandi articoli su Rinascita a partire nell’ottobre del 1964. Divenne un eretico.

Giani Cervetti crebbe all’Università di Mosca proprio in periodo krusceviano e di reale revisionismo, arrivò con Enrico Berlinguer all’organizzazione del partito e alla gestione dei fondi, leciti e illeciti. Con la sua innata onestà scrisse un libro carico di sincerità e un fondo di tristezza, L’oro di Mosca. Celeste Negarville in un altro libro, Clandestino a Parigi del 1939, è quasi sgomento quando scrive del patto Ribbentrop-Molotov, cioè Hitler e Stalin e scrive: è praticamente un fulmine a ciel sereno e un colpo molto difficile da assorbire. C’è Renato Mieli, il padre del celebre e disinvolto Paolo, che predica La terapia dell’oblio. Ma il padre Renato invece non dimenticava di essere andato via dal Pci nel 1957, lanciando accuse durissime contro il Pci e il suo leader nel suo libro Togliatti 1937.

Ma uomini retti ce n’erano tanti, che mi stanno nel cuore: come Riccardo Terzi e anche Emanuele Macaluso, malgrado le nostre diverse valutazioni e persino Rossana Rossanda, che spazzò via con il titolo di un libro, Lessico familiare, l’origine “spesso falsificata” delle Brigate rosse e della galassia del terrorismo rosso.

Il fatto è che tutti questi presero a un certo punto coscienza del “grande imbroglio” e della doppiezza spietata e cinica del Pci, sia dell’Antonio Gramsci dal ’24 al ’26 (“Matteotti è un pellegrino del nulla” e “gli aventiniani sono mezzi fascisti”), sia di Palmiro Togliatti che vedeva continuità positiva tra Lenin e Stalin e proponeva un’incomprensibile “democrazia progressiva”, sia di Luigi Longo, che asseriva che la Resistenza era stata tradita, come se l’avessero fatta solo i comunisti, sia dell’ondeggiante moralista Enrico Berlinguer.

Ci sono ricostruzioni che fanno del Pci un pilastro della democrazia italiana. Devoti a Stalin in periodo fascista, anche quando questi si congratulava, brindando a Hitler che aveva schiantato la Francia. Quindi, finita la guerra, una sequenza di “balle colossali”. Ecco in estrema sintesi il famoso “pilastro”.

Nel dopoguerra, il Pci si distingue nell’opposizione al piano Marshall e alla Nato, nell’opposizione a De Gasperi definito “continuatore della politica fascista”. Nella condanna del socialismo liberale di un martire come Carlo Rosselli, teorico del liberal socialismo. Il Pci si impossessa della partecipazione alla Resistenza anche se il capo era un uomo senza partito come Alfredo Pizzoni e lo stesso Ferruccio Parri abbandona l’Anpi. Non tollera le stragi e i delitti del “triangolo della morte” ricordati nei libri di Giampaolo Pansa.

È sempre il Pci togliattiano che critica la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che non si adatta ai tentativi di programmazione democratica che lo stesso Amendola continuava a proporre. È con l’Urss sull’invasione dell’Ungheria, si sfila timidamente solo con l’invasione della Cecoslovacchia e le minacce alla Polonia, ma non riceve a Botteghe Oscure i grandi perseguitati dai regimi comunisti come Jiri Pelikan.

E ancora si astiene sulla votazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, sostenendo che è troppo limitato, ma più probabilmente perché è firmato dal socialista Brodolini e dal democristiano di sinistra Donat Cattin. Infine fa una battaglia contro i missili a Comiso per difendersi dagli SS20. L’Urss resta sempre la “casa madre”, perché tra eurocomunismo a cui nessuno crede, terza via, apertura alla Nato, questione morale e politica di unità nazionale, tutto si arena quando Leonid Breznev, nell’ottobre 1978, richiama bruscamente Berlinguer e lo mette in riga, anche per i finanziamenti illeciti ricevuti da uno Stato nemico, che solo a qualche magistrato d’assalto è sfuggito.

L’ultimo flashback che mi tormenta è fatto di altri ricordi. Si pensi se nelle scuole e nelle università si studiasse la vera storia, non quella artefatta. Scriveva George Orwell, combattente nella guerra di Spagna: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il passato controlla il presente. Era un ordine del partito”. E ancora Orwell specificava: “Il passato viene cancellato. La cancellatura dimenticata e la menzogna diventa verità. Una enorme redazione di esperti sta preparando la nuova edizione del Dizionario della neolingua”.

L’impressione è che si eviti proprio la verità sul Pci del dopoguerra e della politica repubblicana. Nella famosa intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale, Berlinguer rivendica ancora l’insegnamento lasciato da Lenin. Non ha fatto a tempo, purtroppo, a leggere Stéphane Courtois e il suo Libro nero del comunismo.

Forse sono di parte, ma credo che sia stato Bettino Craxi a dare la migliore definizione del Pci negli anni Settanta. Craxi era stato invitato da Willy Brandt a tenere una relazione nella ricostruita casa di Karl Marx a Treviri dopo la devastazione fatta dai nazisti 40 anni prima. Era la consacrazione che il socialismo italiano faceva parte di rilievo dell’Internazionale socialista dell’Europa occidentale e dell’Occidente in genere. Forse fu per questo che in un comizio al Teatro Nuovo di Milano, a un certo punto Craxi disse seccamente: “Il Pci non sta a sinistra, sta a Est”.

In fondo Ernesto Galli della Loggia accuserà in un convegno dell’Istituto Gramsci: “Non c’è nessuno storico italiano degno di questo nome che abbia sostenuto che il Pci fosse un partito eterodiretto, cioè un burattino. Il punto non è l’eterodirezione, ma il legame di ferro, il fatto che, pur in un complesso intreccio, il decisore di ultima istanza fu sempre, fino al 1989, l’Unione Sovietica”.

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