CHE BOTTE SE INCONTRI GLI “ORSI”/ Il film con un riscatto “all’americana” via sport

- Gianni Foresti

Nel 1975 Walter Matthau è stato protagonista di un film sul riscatto “all’americana” tramite uno sport molto amato negli States

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Una scena del film

A dire il vero non ho mai visto un incontro di baseball dal vivo, qualcosa in tv e più che altro film. Tra i personaggi famosi di questo sport conosco solo Joe DiMaggio attraverso Marilyn Monroe, Air Jordan che finito con i Bulls intraprese una breve e scarsa avventura in questo sport e il nostro Elio delle Storie Tese. Il baseball è uno degli sport nazionali Usa insieme al football e al basket. Grana pesante per molti, dai 20 ai 30 milioni di dollari annuali con contratti decennali, non come nel calcio europeo dove al massimo vengono rescissi dopo due o tre anni se va bene.

Che botte se incontri gli “Orsi” (1975) l’ho visto quando ero sbarbato e mi è piaciuto. Ci sono bambini entusiasti ma alle prime armi nel gioco, c’è un allenatore tecnicamente preparato ma scarsissimo sotto l’aspetto educativo. È interpretato dal grande Walter Matthau, che oltre alla sua mimica facciale, con il doppiaggio di Renato Turi viene reso umanamente reale sin nei  dettagli dell’animo. È un ex giocatore  di lega minore che ormai vive pulendo piscine. Sulla sua cabriolet ha sempre un frigobar con birre gelate a cui unisce una dose sostanziale di whisky. Un alcolizzato, finito, senza grana, single.

Un potente consigliere comunale per far giocare il figlio nel torneo cittadino crea una squadra ad hoc e assume il ns. Walter/Buttermaker. A lui interessa la grana e non tanto i ragazzetti che con la loro semplicità lo inquadrano subito. La banda è variegata, c’è un piccoletto attaccabrighe, un moccioloso silenzioso, un cicciotto che mangia continuamente ingurgitando anche la carta, un negretto musulmano, un lanciatore miope, un matematico che più che giocare compila statistiche dell’incontro. Tecnicamente se la passano male e il coach svogliato non se la mena più di tanto, per lui è un’occupazione temporanea per raschiare dollari.

La prima partita è uno sfracello con una sconfitta di 26 a zero. Ma i ragazzi non vogliono mollare, anzi e svegliano lo zombie Matthau. Questi in un sussulto di dignità convince la figlia di una sua ex ad aggregarsi alla squadra. Le ha insegnato sin da piccola a lanciare ed è veramente brava. Lei è Tatum O’Neal, attrice dodicenne che aveva appena vinto un Oscar nel 1974 con Paper moon – Luna di carta.  Intorno al diamante dove si allenano gira sempre in moto uno scavezzacollo con tanto di occhiali con lenti sfumate e perenne sigaretta in bocca. Si scopre che sa giocare ottimamente a baseball e Matthau lo convince a entrare in squadra. Pian piano i ragazzi apprendono la tecnica e dopo un po’ di sconfitte cominciano inaspettatamente a vincere emergendo come squadra novità 

I ragazzi sono uniti, il coach beve meno anche se non è certamente la figura dell’educatore ideale, ma l’entourage è contento visto che lo scopo ultimo americano è quello di vincere.

Anche l’allenatore perciò ha riacquistato una sua dignità personale. Ma proprio quando si è più sicuri di sé stessi, accade il fattaccio. Per non perdere una delle ultime partite che lo porterebbero alla finale, Matthau ordina al ragazzo scavezzacollo di presidiare tutte le palle lanciate. Di fatto anticipa con il suo guantone le prese degli altri compagni. I ragazzi son svegli e s’arrabbiano, ma restano delusi quando il coach dice loro la verità. Lo preferivano vero e tazzato, scarso con la macchina da rottamare non avido di una vittoria che passasse sopra la loro testa. E allora nella finalissima li riconquista con un colpo di teatro: in parità nell’ultimo inning decide di far giocare i due più scarsi, il moccioloso e lo statistico che non erano ancora entrati in campo. Chiaramente perdono, ma vengono osannati anche dagli avversari.

Il grande Arigo in una intervista di settimana scorsa a Il Giornale raccontava del suo grande Milan, della coesione tra i giocatori che viaggiavano a vele spiegate ancor prima arrivasse Gullit. Certo, Arigo era un gran motivatore e lavoratore, dopo di lui Mou e poi Conte.

Il nostro Walter Matthau è il fallito americano che si riscatta motivato dall’entusiasmo semplice dei suoi ragazzi. Figura positiva? Sicuramente rispetto all’inappuntabile coach della squadra più forte che per un punto sbagliato schiaffeggia uno dei suoi ragazzi che tra l’altro è suo figlio. È il riscatto visto con gli occhi americani dove la competitività è esasperata. Non è la figura di un allenatore irreprensibile, ma di un poveraccio che riscopre la sua dignità ed esalta le poche capacità dei suoi ragazzi.

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