CIAO DEL PORCOSPINO/ Com’è bello cercare negli altri la conferma che viviamo

- Mauro Leonardi

Se la toccata di gomiti non funziona, soprattutto se sei senza mascherina perché ci si avvicina troppo, dalla Luiss arriva il “ciao” del porcospino

scuola_giovani_adolescenza_vita_lapresse_2017
(LaPresse)

Se toccatina di gomiti e caviglie non funzionano, soprattutto se sei senza mascherina perché ci si avvicina troppo, dalla Luiss arriva il “ciao” detto “del porcospino”, con tanto di hashtag #iosonoporcospino e #behumanagain. La modalità è, uno di fronte all’altro, guardarsi occhi negli occhi come si fa nei brindisi, e poi portare in avanti il braccio e il palmo della mano destra per condurli quindi vicino al cuore, rivolgendosi verso l’altro. Noi siamo come porcospini che se stanno troppo vicini si fanno del male, ma siamo anche umani perché vogliamo comunque trovare il modo di esprimerci prossimità. E allora ecco gli slogan: “Ti vedo, ti sento, ci sono, iosonoporcospino”. Occhi negli occhi e mano sul cuore.

Bravi i professori e gli studenti della Luiss (e di altre sei università) a cercare un modo per esserci prossimi senza farci del male. Salutarci da lontano sarà il filo rosso dei prossimi mesi. Speriamo tutti in un vaccino ma, finché non sarà trovato, i vecchi modi di esprimerci amicizia ed affetto dovranno essere rivisti, ma non cancellati, perché l’uomo è un essere in relazione. Non possiamo fare a meno di parlarci, di confrontarci, di cercare negli altri la conferma che viviamo.

Di salutarci cioè, parola che richiama la salute fisica e la salvezza spirituale. Salutarsi significa riconoscere l’altro e dobbiamo imparare a riconoscerci anche se dovremo farlo alla distanza di un metro o più e portando una mascherina. I ragazzi si salutano (anzi si salutavano) con il “cinque” o un pugno affettuso, in certe zone d’Italia ci si dà un paio di bacetti sulle guance, e tutti questi modi identificano aggregazioni che hanno i loro codici sociali.

Da oggi la nostra aggregazione, quella del nostro Paese, sarà forse quella “del porcospino”. E identificherà un popolo che, con molta determinazione, vuole ripartire anche se vuole farlo con molta prudenza. Mi sono piaciute le parole del vescovo di Milano, Delpini, che ci ha paragonato a chi, subìto un trauma, deve fare un periodo di riabilitazione. Si ricomincia piano piano, con fatica, con tanta attenzione, ma con altrettanta decisione. Ci vuole gradualità ma bisogna ripartire, perché se uno non si mette davvero d’impegno non si riabilita e rischia di rimanere menomato e storpio per sempre. E questo è il pericolo che corre il nostro paese se, da oggi, non proviamo a fare la cose che dobbiamo fare “come si devono fare”.

Ben venga perciò l’immagine che ci associa a un porcospino. Sembra un gioco, ma è lo sforzo per riscoprire le ragioni di una fraternità che accomuna tutti coloro che vivono nella nostra casa comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA