CIG E LICENZIAMENTI/ Il compromesso che non risolve i problemi del lavoro

- Natale Forlani

L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi d’Europa ad affrontare la fase post-Covid con gli stessi strumenti utilizzati per contenere gli effetti del lockdowon

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Lapresse

Nel decreto emanato dal Governo gli interventi dedicati ai sostegni per l’occupazione sono quelli che hanno comportato un rilevante lavoro di mediazione tra le posizioni emerse all’interno delle forze politiche della maggioranza. Esse traggono origine da due diverse visioni delle politiche del lavoro che dovrebbero essere adottate per fronteggiare gli effetti della crisi economica post-Covid sulle imprese e sul mercato del lavoro. Da una parte, coloro che ritengono necessario il proseguimento delle misure adottate in parallelo a provvedimenti amministrativi per il distanziamento, in particolare l’uso generalizzato delle casse integrazioni a carico dello Stato e il blocco dei licenziamenti, per evitare le conseguenze sociali di un massiccio ricorso alle dismissioni di lavoratori da parte delle imprese. Dall’altra, quelli che evidenziano gli effetti economici controproducenti del mancato adeguamento delle organizzazioni produttive, dei disincentivi di fatto introdotti da tali vincoli per le nuove assunzioni e della progressiva creazione di una bolla di potenziali lavoratori esuberanti che diventerebbe socialmente ingestibile nel tempo.

Date le premesse, la mediazione scaturita che prevede di ancorare il proseguo del blocco dei licenziamenti solo per le imprese che utilizzano temporalmente le 18 settimane di cassa integrazione aggiuntive disposte dal decreto per i prossimi mesi dell’anno in corso, appare una soluzione accettabile.

Il provvedimento introduce inoltre una serie complessa di disincentivi per l’utilizzo delle cig, prevedendo un concorso delle imprese, sino a un massimo del 20% rispetto agli importi erogati dallo Stato, per quelle che non hanno registrato riduzioni significative del fatturato nei mesi precedenti, e uno sgravio contributivo di 4 mesi per quelle che rinunciano a utilizzare tali strumenti. Un ulteriore sgravio contributivo, per la durata di 6 mesi, viene previsto su tutte le nuove assunzioni che comportino un incremento dell’occupazione dell’impresa interessata. Si introduce una decontribuzione per le aziende del Sud, ma ancora non sono chiari i dettagli di questa misura che dovrà essere anche concordata con l’Ue.

Infine, viene disposta la proroga di due mesi per le indennità di disoccupazione in essere, di un mese per il reddito di emergenza e una nuova erogazione di bonus mensili per i lavoratori autonomi e gli stagionali del settore turistico.

Con i 10 miliardi impegnati per i sostegni al reddito nel decreto in questione, sale a 30 miliardi la spesa pubblica erogata a tale titolo nel corso dell’emergenza Covid.

Il compromesso richiamato in precedenza è ragionevole, ma non risolve il tema di fondo. L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi d’Europa ad affrontare la fase post-Covid con lo stesso armamentario di strumenti utilizzati per contenere gli effetti del blocco amministrativo della produzione. Nella fase attuale, infatti, le politiche economiche vengono tutte rivolte ad accelerare l’adeguamento delle organizzazioni produttive, non a rallentarlo. Le imprese devono fare i conti con la necessità di rigenerare i fatturati, rinnovare processi e prodotti, in un contesto intriso di grandi incertezze. Introdurre vincoli per i licenziamenti economici, e per le assunzioni con i contratti a termine, produce l’esito di scoraggiare le iniziative imprenditoriali e le nuove assunzioni. Nell’insieme si genera un effetto di spiazzamento del sistema produttivo nazionale rispetto a quello degli altri Paesi.

A ben guardare questi ritardi riflettono anche quelli legati alla carenza di una visione sull’impiego delle risorse disponibili, più volte rimarcata anche nelle sedi internazionali. In pratica della necessità di innestare rapidamente l’attivazione di programmi e di investimenti in grado di generare un effetto anti-ciclico sulla domanda interna e sull’occupazione.

Infatti, dobbiamo dare per scontato che i sommovimenti in atto comporteranno l’esigenza di rigenerare milioni di posti di lavoro con caratteristiche organizzative e professionali diverse dal passato. Un tema che dovrebbe essere messo al centro delle politiche economiche e del lavoro. Per migliorare l’occupabilità delle persone e rendere sostenibile la mobilità del lavoro. Prevalgono invece i difetti del passato. Le politiche che attenzionano gli interessi consolidati e la difesa dell’esistente. La perenne tentazione di intervenire con provvedimenti dirigistici, norme e marchingegni che hanno la pretesa di imporre comportamenti alle imprese e ai lavoratori, trascurando i fattori strutturali che orientano le scelte degli interessati. E che, non a caso, sono presenti anche nel provvedimento in questione.

Dal 2014 a oggi sono stati spesi per incentivi alle assunzioni, formazione, servizi, redditi di cittadinanza con annessi navigator, oltre 50 miliardi di euro tra risorse nazionali ed europee. Hanno contribuito a ridurre le distanze con gli altri paesi dell’Ue sul tasso di occupazione generale, delle donne e dei giovani, sulla qualità dei rapporti di lavoro, sull’incidenza del lavoro sommerso, sulla qualità dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro? La risposta è inequivocabile: no, le distanze sono aumentate.

Il tema non riguarda solo le forze politiche che si alternano alla guida del Paese. Riguarda l’insieme degli attori che dovrebbero essere chiamati ad aumentare nell’insieme la quantità e la qualità degli investimenti sulle risorse umane. Prevalentemente affannati a rivendicare ogni sorta di aiuti dallo Stato e non di rado ad utilizzarli in modo opportunistico.

Illuminante, a tale proposito, un’affermazione del Segretario generale della Cgil Maurizio Landini in un’intervista rilasciata a un grande quotidiano nazionale. Invitato dall’intervistatore a precisare cosa intenda con il termine “affermare un nuovo modello di sviluppo”, risponde: prorogare le casse integrazioni e il blocco dei licenziamenti, rinnovare i contratti nazionali e sgravare fiscalmente gli aumenti salariali. In pratica la riedizione del salario variabile indipendente rivendicata da una parte dei sindacati negli anni ’70 dello scorso secolo.

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