LAVORO E POLITICA/ Le controindicazioni della decontribuzione al Sud

- Natale Forlani

Sta facendo discutere molto la scelta del Governo di varare una decontribuzione per le nuove assunzioni nel Sud Italia

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Lo sgravio del 30% degli oneri sociali sul costo del lavoro delle imprese private operanti nel Mezzogiorno, è probabilmente la novità più importante contenuta nel decreto recentemente approvato dal Governo. Per il momento si tratta di una novità sub iudice, introdotta nella finestra della sospensione delle norme europee sugli aiuti di Stato in scadenza a fine anno. Perché questo tipo di agevolazioni, finalizzate ad avvantaggiare le imprese delle aree economicamente svantaggiate interne ai singoli Stati aderenti, in via ordinaria vengono considerate dalle istituzioni Ue come una violazione delle regole della libera concorrenza.

La scelta operata dall’esecutivo, dagli effetti limitati nel breve periodo, va letta nella logica di condizionare una parte significativa delle risorse che potrebbero pervenire dall’Ue con l’attuazione del Recovery fund. E la base per una trattativa da impostare sui programmi che dovranno essere presentati dall’Italia, e approvati dalle istituzioni comunitarie, a partire dal prossimo mese di ottobre.

Fatti i conti, l’ipotesi prospettata della riduzione del 30% degli oneri sociali sino al 2025, e di un successivo graduale decalage degli sgravi fino all’azzeramento alla fine del decennio in corso, potrebbe comportare un onere superiore ai 40 miliardi di euro.

L’orientamento assunto dal Governo è supportato da validi argomenti. Secondo le previsioni effettuate dall’Istat per il biennio 2020-21, le aree del nostro Mezzogiorno sono seriamente esposte al rischio di bissare quanto già avvenuto nel corso della crisi economica 2008-2013. Un andamento del Prodotto interno lordo destinato a rimanere abbondantemente al di sotto della media nazionale con a fine 2021 un saldo negativo del 6% rispetto al pre-Covid (-4,2% per le aree del centro nord), e una perdita di circa 300 mila occupati sul totale dei 490 mila previsto per l’intero territorio nazionale. Secondo alcune stime effettuate dal Governo, la combinazione tra l’incremento degli investimenti infrastrutturali e quello relativo all’effetto attrazione di nuovi investimenti privati e di emersione di una quota del lavoro sommerso generato dagli sgravi contributivi, dovrebbe consentire di recuperare una parte di questo divario, circa l’1% del Pil.

L’obiettivo di fondo non può che essere condiviso. Ma negli ultimi 30 anni interventi di questo genere, con articolazioni di sgravi fiscali e contributivi per gli investimenti e le nuove assunzioni promosse dalle imprese nelle aree territoriali svantaggiate, hanno prodotto risultati nell’arco temporale coincidente con la durata temporale degli incentivi, senza incidere sulle dinamiche di medio lungo periodo degli investimenti, della produttività e dell’occupazione. Le ragioni sono molteplici, ma potrebbero essere sintetizzate nella scarsa efficacia degli interventi che si proponevano di rimediare a singole criticità, in particolare di ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto, senza incidere sulle condizioni ambientali sfavorevoli che penalizzano molte aree del Mezzogiorno: i problemi connessi alla burocrazia, al deficit di infrastrutture, alla diffusione di pratiche illegali e di lavoro sommerso.

Come facilmente prevedibile, il provvedimento ha suscitato delle reazioni contrastanti, soprattutto delle rappresentanze politiche e imprenditoriali delle aree del nord Italia, alle prese con gli effetti economici dell’emergenza sanitaria e preoccupate dagli effetti di spiazzamento sui mercati nazionali derivanti dai massicci interventi messi in campo dagli Stati nazionali a sostegno delle imprese dei loro territori.

Il confronto con le autorità dell’Ue non si preannuncia per niente semplice. Anche nel caso di una probabile proroga della sospensione delle regole sugli aiuti di Stato difficilmente verrà autorizzato l’impegno delle risorse del Recovery fund per interventi di questo tipo, e per il decennio ipotizzato dal nostro Governo. Smentendo di fatto tutti gli orientamenti consolidati negli anni scorsi, a partire dall’intesa Pagliarini-Van Miert del 1994, che metteva la parola fine agli analoghi interventi promossi dall’Italia nel corso degli anni ’80. In alternativa è ragionevole ritenere che possano essere autorizzati degli interventi organici, basati sugli incentivi per i nuovi investimenti, per la riduzione del costo del lavoro finalizzata a favorire le nuove assunzioni, in particolare dei disoccupati e delle categorie svantaggiate, e il finanziamento di programmi di qualificazione delle risorse umane. Per l’analogo obiettivo di generare nell’insieme un effetto di attrazione di nuove attività imprenditoriali. Un approccio che ha riscontrato esempi di successo in molti Paesi europei, e solamente ipotizzato senza esito alcuno, all’inizio degli anni 2000 con la promozione di alcune aree franche territoriali per l’Italia.

Una riflessione particolare andrebbe dedicata anche alle politiche del lavoro. Gli sgravi contributivi, finalizzati ad attrarre gli investimenti, sono l’implicito riconoscimento che la flessibilità dei salari e dei costi del lavoro sono una condizione necessaria per alzare i tassi di crescita dell’economia e dell’occupazione. Una condizione che non riscontra particolare problemi quando gli sgravi contributivi vengono caricati sullo Stato, ma che viene meno, per una buona parte delle forze politiche, anche governative, che propongono l’introduzione del salario minimo su scala nazionale, e dei sindacati che rivendicano la priorità assoluta della contrattazione collettiva nazionale. Nonostante l’evidenza, più volte documentata, che l’effetto finale diventa quello di generare delle retribuzioni di fatto più elevate, in rapporto al costo della vita, nelle aree meno sviluppate del Paese. Una condizione che, unitamente al sottoutilizzo delle risorse umane e alla diffusione delle pratiche malavitose, offre una spiegazione ragionevole alla diffusione del lavoro sommerso nel Mezzogiorno, con un’incidenza doppia sull’economia locale rispetto alla media nazionale.

Per invertire la rotta servono certamente idee nuove e risorse adeguate. Ma senza il contributo convergente dei diversi attori istituzionali, finanziari e sociali sarà molto difficile modificare le condizioni di sottosviluppo che caratterizzano buona parte delle economie territoriali delle aree meridionali.

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