CINA IN AFRICA/ 2. “Dalle armi ai porti, così si muovono le lobby di Pechino”

- Giuseppe Gagliano

L’azione di lobbying della Cina in Africa è imponente, soprattutto su quattro fronti: spese militari, energia, agricoltura e infrastrutture portuali (2)

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(LaPresse)

A tal fine, la Cina ha messo in atto una politica volta a investire militarmente nel Continente nero. Per questo la Cina ha scelto di investire di più nelle truppe Onu di stanza in Africa, da un lato per giustificare questa presenza militare segnalata ovunque nel continente, e dall’altro per influenzare le operazioni di pace.

È in questo senso che nel gennaio 2005 sono stati dispiegati in Liberia quasi 598 Caschi blu cinesi. I soldati cinesi sono stati posizionati anche nel Sahara Occidentale e in Sierra Leone. Più di recente, in Sud Sudan e Mali, ha fornito truppe armate, mentre in precedenza forniva soldati per attività logistiche.

A margine di queste operazioni pubbliche, Pechino ha sollecitato società di sicurezza cinesi private a proteggere i suoi concittadini in Africa. Per dare forza a questa nuova ambizione militare, il 1° agosto 2017 Pechino ha inaugurato, a Gibuti, la sua prima base militare in Africa, finanziata con oltre 10 miliardi di dollari. Stazionavano lì quasi 250 soldati permanenti.

Inoltre, nell’ambito del Forum di cooperazione Cina-Africa, è emerso un forum di pace e sicurezza Cina-Africa. La sua prima edizione si è tenuta a luglio 2019, a Pechino. E nel quadro degli aiuti allo sviluppo, il Celeste Impero fornisce ai suoi partner africani attrezzature militari, tra cui armi, veicoli da trasporto e aerei da combattimento. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, un terzo delle armi importate in Africa proviene dalla Cina.

Non solo: l’esercito è fortemente coinvolto nella gestione del potere cinese attraverso la Commissione militare centrale e partecipa allo sviluppo della politica estera del Paese, compresa quella della sua economia. Le industrie della difesa cinesi, che riferiscono direttamente al ministero della Difesa, sono solitamente gruppi coinvolti in operazioni minerarie in Africa. È il caso di Norinco, riconosciuta nella vendita di armi e nel commercio di petrolio, in Angola, attraverso la sua controllata Zenhua Oil. Per quanto riguarda Poly, offre attrezzature militari, infrastrutture pubbliche e persino servizi di itticoltura in Mauritania.

Il fabbisogno energetico

La Cina è presente in Africa, in particolare in Sudan, Angola, Nigeria, Libia e Ciad. Una delle priorità è soddisfare il suo fabbisogno energetico e di materie prime. Ma non è sola in questo terreno predatorio. I giacimenti petroliferi sono ambiti anche dal suo grande rivale, gli Stati Uniti. Ad esempio, le importazioni di petrolio dalla Nigeria agli Stati Uniti rappresentano più della metà di quelle che arrivano dall’Arabia Saudita. Inoltre, Washington è il principale partner commerciale della Guinea Equatoriale e Stati Uniti e Cina condividono rispettivamente la metà e un terzo del petrolio angolano.

Il petrolio resta il principale oggetto di competizione tra il Paese del Dragone e quello dello Zio Sam attraverso la China National Petrolium Company, da un lato, ed Exxon Mobil, Chevron Texaco e Triton Energy dall’altro. Per sostenere la sua crescita e il suo sviluppo, la Cina ha più che mai bisogno di energia. Il suo fabbisogno energetico è enorme e questa dipendenza energetica è diventata una vera preoccupazione per la Cina. Il paese è passato dall’ottavo posto come importatore di petrolio nel 2000 al quarto nel 2003.

Investimenti nel comparto agricolo

Dal 2006 Pechino ha posto – almeno teoricamente – l’agricoltura in cima ai piani d’azione del FOCCA. Si impegna a sostenere l’Africa nell’autosufficienza alimentare, in particolare nella risicoltura. Prevede inoltre di investire nell’agrobusiness, nelle infrastrutture agricole e nella creazione di centri di dimostrazione della tecnologia agricola. Ha inserito la Tanzania e l’Etiopia nell’elenco dei paesi che possono esportare soia e ridurre la sua dipendenza da Stati Uniti e Brasile. Quanto al Kenya, le fornisce già avocado, tè, caffè e rose. Namibia, Botswana e Sudafrica potrebbero consegnargli carne bovina.

Nell’ambito delle iniziative, in occasione della FOCCA 2018, è stata annunciata la creazione di una commissione dell’Unione Cina-Africa per la cooperazione agricola, l’organizzazione di un vertice sino-africano sull’agricoltura e la creazione di un centro come parte del progetto dei centri di dimostrazione della tecnologia agricola, la Cina ha fornito 12 centri operativi, altri 17 sono in cantiere. Il centro di Guiguidou, in Costa d’Avorio, che è il più grande, rappresenta un buon modello con i suoi 442 ettari.

Risorse ai porti

Nel settore portuale, Pechino ha investito molto nella costruzione e riabilitazione di quasi 20 porti africani negli ultimi 20 anni. L’Africa orientale, posta al centro del progetto cinese “One belt one road”, costituisce un vero e proprio crocevia marittimo tra l’Asia e gli altri Paesi africani. Da Gibuti, infatti, la Via della Seta Marittima collega il gruppo di porti cinesi già realizzati o previsti in Sudan, Mauritania, Senegal, Ghana, Nigeria, Gambia, Guinea, Sao Tomé e Principe, Camerun, Angola, Namibia e Costa d’Avorio. Un altro asse collega Mozambico, Tanzania e Kenya. Il nuovo porto di Lamu, che andrà a completare Mombasa, in Kenya, fungerà da gateway per l’Etiopia, il Sud Sudan e la Somalia.

Nonostante i suoi numerosi investimenti, Pechino sta però lottando per aggiudicarsi contratti operativi che vengono ostacolati dalla competizione della South African Transnet per il porto di Lamu, della MSC italo-svizzera per il porto di Mombasa e della Emirati DP World a Gibuti. Ma la proiezione di potenza cinese ha sperimentato diverse altre battute d’arresto, sui contratti di concessione portuale, in Algeria, Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio.

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