CINA IN AFRICA/ Media e tv, così avanza il soft power di Pechino

- Giuseppe Gagliano

Una delle tante armi con cui la Cina fa breccia nell’Africa post coloniale è il soft power esercitato attraverso televisioni, programmi, radio e giornali manovrati da Pechino

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Immagine dal web

Pechino ha nel mirino l’Africa perché il continente ha le risorse di cui ha bisogno per realizzare le sue ambizioni di grande potenza. Di conseguenza, sono state investite enormi energie per aumentare la penetrazione della Belt and Road Initiative (Bri) in Africa.

Tuttavia, una caratteristica spesso trascurata della Bri sono i tentativi di Pechino di copiare il modello di soft power americano. In Africa Pechino ha avuto molto successo. Uno dei motivi per cui il soft power di Pechino ha funzionato in Africa è che in tutto il continente esiste una narrativa dell’anticolonialismo profondamente radicata. Ancora più importante, la versione africana di questa narrativa è stata pesantemente modificata con un’interpretazione marxista dell’imperialismo. Questa visione demonizza il capitalismo e sottolinea come gli imperialisti europei in passato hanno sfruttato gli africani. Per la maggior parte degli africani, questa visione del mondo anticoloniale contiene un’innata sfiducia nei confronti del capitalismo occidentale.

Ma i successi del soft power di Pechino in Africa non sono dovuti solo a questa narrativa di “vittimismo condiviso”. La Cina ha anche investito molto nella creazione della propria infrastruttura multimediale in Africa, nel trasferimento di operatori dei media cinesi e nell’incorporazione della popolazione locale nelle reti mediatiche di Pechino.

A novembre 2021 ci sono stati due importanti nuovi sviluppi nell’espansione dei media cinesi per il soft power. Uno è stata l’apertura degli uffici di China Media Group (CMG) a Nairobi, in Kenya. L’altro, legato a questa apertura, è stato il lancio di un Cooperation media forum. Questo incontro di Nairobi ha riunito professionisti dei media provenienti da 40 paesi africani e ha prodotto accordi firmati con 36 organizzazioni dei media in tutto il continente, inclusi accordi di collaborazione; accordi di condivisione dei contenuti; accordi di co-creazione; accordi con la Cina per la fornitura ai suoi partner di formazione tecnica. Il forum richiama l’attenzione su quanti soldi Pechino sta spendendo per la sua campagna di soft power in Africa.

Nairobi è diventata un alveare di attività di soft power negli ultimi dieci anni, a cominciare da quando China Global Television Network (CGTN) ha costruito la sua sede africana nella città. L’apertura è avvenuta nel 2012 e ha funzionato come un servizio di notizie in lingua inglese per competere con BBC e CNN.

La CGTN ha permesso a Pechino di parlare direttamente agli africani invece di dover fare affidamento su intermediari come altre società di media. CGTN Africa ha anche istituito uffici a Johannesburg, Lagos e Il Cairo. Non a caso la rete utilizza giornalisti africani, il che conferisce alla programmazione dei suoi notiziari maggiore appeal e credibilità con il pubblico locale.

Il quotidiano China Daily ha uffici anche a Nairobi e Johannesburg, mentre la Xinhua News Agency gestisce la più grande rete di corrispondenti esteri in Africa, con importanti uffici a Nairobi e al Cairo. C’è anche una stazione radio gestita da Pechino a Nairobi, RCI 91.9 FM.

Nairobi ospita anche la sede del servizio di televisione digitale satellitare cinese StarTimes, che offre più canali (compresi i canali sportivi popolari). StarTimes si è trasferito in Africa nel 2007 e ora ha 33 milioni di utenti in 30 paesi africani. Offrendo pacchetti economici, StarTimes è diventato particolarmente popolare nelle aree rurali.

Questi sforzi hanno anche visto i media sostenuti dalla Cina impiegare centinaia di giornalisti africani. Molti africani sono ora indirizzati attraverso programmi di formazione e scambi giornalistici che li portano in Cina per periodi che vanno da 2 settimane a 10 mesi. Pechino seleziona africani di sinistra per questi programmi. Il risultato è un gruppo crescente di giornalisti formati in Cina (e non tutti lavorano esclusivamente per i media gestiti da Pechino). Gestendo una vasta rete di giornalisti impiegati a Pechino con sede in Africa, il regime è stato in grado di fornire contenuti di notizie gratuiti ai media africani. Questo ha fornito a Pechino un potente strumento di propaganda.

Sono stati lanciati anche programmi scolastici in lingua cinese e, poiché il numero di africani di lingua cinese cresce in tutto il continente, il loro meccanismo di soft power identifica i più intelligenti, a cui vengono poi offerte borse di studio per andare a studiare ulteriormente in Cina.

L’ultimo Forum di cooperazione CMG è un importante passo avanti nella crescita di questa capacità di influenza. Allo stesso modo, gli accordi di co-creazione creano un enorme potenziale di soft power. Un esempio è uno studio televisivo costruito a Pechino per i Kenya Broadcasting Corporation Studios, che facilita le produzioni congiunte.

Il passaggio globale dai media analogici a quelli digitali è stato anche usato in modo creativo dal Pcc per diffondere la sua influenza. Si è mosso rapidamente per garantire che i paesi africani utilizzassero la tecnologia digitale cinese per costruire nuove infrastrutture.

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