DON MATTEO 7/ I segreti di un successo: la fiction che parla alla gente normale. Anche di perdono

- Maria Luisa Bellucci

Si è chiusa ieri la settima edizione di Don Matteo, la fiction che ha ancora una volta sbancato l’Auditel. Ma qual è il segreto di questo successo? MARIA LUISA BELLUCCI lo spiega a ilsussidiario.net

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Terence Hill nelle vesti del prete detective

Giunto alla sua settima edizione, Don Matteo anche questanno ha saputo conquistare lattenzione della platea televisiva. I dati auditel, nemico pubblico dei palinsesti, in più di unoccasione gli hanno riconosciuto un più che ragguardevole 30% di share. Numeri che al giorno doggi raramente si ottengono. Cè da capirne il motivo, anche se il prodotto parla da solo.

La natura investigativa in questo racconto, che intreccia in maniera del tutto inconsueta la figura di un prete, Don Matteo (Terence Hill) appunto, con la caserma dei Carabinieri di Gubbio, è solo una delle caratteristiche della serie, che riesce ad affrontare un argomento potenzialmente ansiogeno gli omicidi senza scomodare immagini crude o violenza gratuita.

Uno degli elementi vincenti è certamente il tono da commedia degli episodi, ognuno dei quali intreccia la linea gialla di puntata, ovvero la risoluzione di un omicidio, con due linee narrative divertenti e leggere, ma non banali, che garantiscono unatmosfera delicata e non troppo cupa. La prima e più importante coinvolge uno dei protagonisti, il giovane Capitano Tommasi (Simone Montedoro), antagonista sui generis dello scaltro Don Matteo. Giulio, questo il nome del Capitano dei Carabinieri di Gubbio, nonostante il fidanzamento con la megera Amanda (Ilaria Spada), si trova coinvolto dallinteresse per una giovane donna. Fin qui niente di troppo anomalo, se non fosse che la ragazza in questione è Patrizia (Pamela Saino), primogenita del fedele, ma geloso, Maresciallo Cecchini (Nino Frassica).

Inutile elencare le circostanze comiche che scaturiscono da questa situazione. Laspetto intelligente di questa linea narrativa non sta tanto nellidea, che è un topos, dellistinto protettivo di un padre verso una figlia, bensì nel linguaggio comico e leggero usato per raccontarla. Sembra volerci dire, insomma, che in fondo si può, anzi si deve, imparare a ridere di sé e dei propri difetti.

Sia Tommasi che Cecchini ne hanno un sacco, anche se lultima puntata, andata in onda ieri sera, dimostra che anche in una situazione di antagonismo sentimentale come quella di Tommasi e Cecchini si può trovare una conclusione che mette tutti daccordo. Soprattutto Patrizia.

 

La seconda linea comica riguarda due personaggi speciali, che sanno sollevarci dai nostri pensieri con una sola battuta. Sono Natalina (Nathalie Guettà) e Pippo (Francesco Scali), entrambi al servizio della canonica di Don Matteo, due forze della natura che prendono di pancia e, mentre suscitano la risata, pongono anche spunti di riflessione.

 

È proprio questo uno dei plus di Don Matteo: far ridere, a volte solo sorridere, e allo stesso tempo sottoporre allo spettatore temi non banali e sempre attuali. Si pensi, a tal proposito, non solo ai personaggi sin qui citati, ovvero a Don Matteo, il Capitano Tommasi, il Maresciallo Cecchini, Natalina e Pippo. Suor Maria (Astra Lanz), che si occupa dell’orfanotrofio di Gubbio, è prima di tutto una donna. Come non ricordare, allora, la puntata in cui le viene temporaneamente affidata una bambina di qualche mese?

È evidente che Suor Maria, pur convinta della sua scelta di vita, nutra un forte senso materno nei confronti della piccola. C’è un momento in cui lei stessa dice con voce di rammarico “non sarò mai madre”, ma Don Matteo, che ha sempre la risposta pronta, ribatte “lei è già madre di tutti questi bambini”, riferendosi ai bimbi del suo orfanotrofio.

 

Questo esempio è solo per far capire che dietro un tono comico e uno stile leggero non si cela superficialità di temi o di valori. La serie spazia da tematiche amorose, a quelle, come si è detto, legate al rapporto tra padre e figlia. La stessa Patrizia nasconde un ruolo che va oltre l’essere una semplice ragazza. È appena tornata da un Erasmus di nove mesi a Bracellona dopo essere vissuta in un piccolo paese quale è Gubbio, un’alcova al confronto della città spagnola.

Partita ragazzina, ora è una giovane donna, indipendente, con dei sogni nel cassetto che sono come una doccia fredda sui genitori, che se la ricordano ancora in fasce. A quanti non è capitato di voltarsi e in un attimo di vedere i propri figli diversi da come li si era lasciati, quanto è grande lo stupore nel constatare che loro ce la possono fare da soli, e che, una volta che hanno spiccato il volo, difficilmente avranno bisogno di essere diretti?

 

 

Tutti temi attuali, come anche quello dell’uso dei mezzi tecnologici come internet, il socialnetwork facebook o la chat. Quale identità si può trovare nel mondo virtuale se non l’universo del nulla, che in un click cancella ogni nostra caratteristica? Il bello dei nostri personaggi, invece, che sono la forza della serie, risiede nella loro estrema caratterizzazione. E’ impossibile confonderli, forse anche perché non solo sono ben definiti in base al ruolo e al tipo, ma anche perché in fondo parlano di noi, della nostra italianità, del nostro essere casa e bottega anche in metropoli come Roma o Milano.

 

Questo spirito rassicura lo spettatore, che si sintonizza su Don Matteo sapendo che attraverso le sue storie vedrà anche un po’ si sé. Perché Gubbio, in fondo, è una perla paesaggistica e culturale della nostra penisola, ma in questa serie ha anche il merito di essere un’isola felice, una sorta di limbo in cui, in attesa di trovare il colpevole, si diffondono buoni sentimenti. Già, poiché ci sono morti ammazzati, ma nessuno dei colpevoli di fatto è malvagio d’animo, un criminale nel senso stretto del termine.

 

Sono tutte persone semplici “travolte” dagli eventi, che di fronte a Don Matteo confessano la propria colpa. Lui non si pone come giudice. A giudicare il fatto sarà la nostra – e la loro – coscienza, sulla base di valori umani riportati alla luce dalla veste indossata da Terence Hill. Il perdono, infatti, è un’aspirazione universale che emancipa dalla sofferenza e ci rende liberi.





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