FLASH FORWARD/ La serie americana erede di Lost parte alla grande, ma non è che Hollywood poi ci tira il pacco?

- La Redazione

Flash Forward è una nuova serie americana che ha conquistato una grande fetta di pubblico negli Usa e si propone sulla televisione satellitare italiana. ALVARO RISSA ci racconta come sta andando e passa ai raggi x la sua narrativa e il suo marketing

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il 6 ottobre 2009. Il medico malato terminale sta per spararsi in testa, la giovane babysitter dimentica i doveri e si dedica al suo ragazzo, lFBI è nel mezzo di un inseguimento a folle velocità per le vie di Los Angeles: un giorno qualunque, insomma. Improvvisamente, lintera popolazione umana sviene lunga distesa, allunisono, per 137 secondi.
Durante il blackout ognuno vede, come se fosse un sogno, 137 secondi del proprio futuro, per lesattezza del 29 aprile 2010. Quando il mondo si risveglia lo scenario è apocalittico: incidenti stradali, aerei ed elicotteri precipitati, 20 milioni di morti.

A indagare sullevento cha dà lavvio a Flashforward, ultima nata delle serie-evento americane, cè la squadra di Joseph Fiennes, agente FBI, marito innamorato, padre devoto, alcolista in faticoso recupero. Nel suo flash forward (salto in avanti) ha visto che il 29 aprile 2010 sta ancora indagando sullincidente, è davanti a una bacheca con tutte le prove raccolte fino a quel momento, è ripiombato nellalcolismo e un gruppo di uomini armati sta facendo irruzione nel suo ufficio per ucciderlo. La moglie medico di Fiennes si è vista convivere, innamorata e felice, con un uomo mai incontrato prima. E così gli altri personaggi: figlie date per morte in Afghanistan, dottori che avrebbero dovuto essere morti e scoprono che vivranno, poliziotti che avrebbero dovuto sposarsi e scoprono che moriranno – la narrativa televisiva si basa sul conflitto, e per generarlo gli autori hanno creato attorno al protagonista una rete di personaggi il cui salto in avanti dia vita a desideri e speranze che, inevitabilmente, andranno a confliggere tra loro.

La principale linea narrativa è costituita però dallindagine sul vero mistero: chi è stato, e perché? Nel visionare le telecamere di sorveglianza sparse per il mondo, gli agenti si imbattono in uninquietante eccezione: mentre tutta lumanità è a terra svenuta, un uomo esce, tranquillo e affatto stupito, da uno stadio di baseball. Non solo: durante levento luomo ha fatto una telefonata. Chi è quelluomo? Con chi sta parlando? lui il responsabile dellevento? Quello che è accaduto il 6 ottobre accadrà di nuovo?

 

Per quelli che proprio non si arrendono alla natura di puro svago dei prodotti come questo, diciamo due parole anche sulla Weltanschauung della serie: appare chiaro fin da subito che l’orizzonte è quello del self-made man. Forse esiste il fato, o forse esiste il libero arbitrio, lo scopriremo solo vivendo: l’unica cosa certa è che ognuno dei personaggi, di fatto, affronta questi drammi e dilemmi in solitaria. Di fronte al futuro e, più generalmente, alla vita, ogni cuore è solo, e può contare solo sulla propria superomistica volontà di potenza per ridisegnare e piegare il destino.

 

La premessa narrativa – aver visto il proprio futuro- permette appunto alla serie di flirtare con questi temi grandiosi e universali: cos’è il destino? Esiste la libertà? Cosa significa conoscere? et coetera: sono comunque questi gli elementi che riescono a intercettare l’empatia dello spettatore – impresa che, data la natura stessa del genere, per la fantascienza è sempre impervia.
Tutto questo ammiccare alla tragedia greca, ben inteso, sta sempre sullo sfondo, ché la regola princeps della tv americana è una sola: intrattenimento, o morte (per chi ancora avesse dei dubbi: no, non è “tipo un film di Tarkovsky”).

 

Stringendo: FlashForward è una serie bella o brutta? Per rispondere a questa domanda partiamo da Lost. Come i più fanatici sanno, il 2 febbraio 2010 in America è il D-Day: comincia la sesta e conclusiva stagione di Lost, il dramma dei naufraghi finiti sull’isola, sfuggiti all’isola e tornati sull’isola. Negli Stati Uniti la serie va in onda su ABC e, sebbene le ultime due stagioni abbiano segnato un sostanziale e continuo calo negli ascolti, lo “zoccolo duro” di Lost è formato da un target sempre molto ambìto dai pubblicitari: maschi 18/35enni.
In vista della conclusione della serie, dunque, ABC ha vinto l’asta con Fox per aggiudicarsi FlashForward e farne “the next Lost”.

 

 

I punti di tangenza tra Lost e FlashForward sono facilmente rintracciabili: entrambi si muovono dentro quel lembo di fantascienza che gli anglosassoni chiamano “what if?”, ovvero storie che gemmano da un “cosa succederebbe se?”. Cosa succederebbe se 4400 persone scomparse nel corso degli ultimi 20 anni improvvisamente ricomparissero dal nulla, tutte nello stesso luogo e senza essere invecchiate di un solo giorno (la serie 4400)? Cosa succederebbe se 71 persone sopravvivessero a un incidente aereo e finissero su un’isola in cui nulla è quello che sembra (Lost)? Cosa succederebbe se ognuno avesse visto 6 mesi nel proprio futuro?

 

Ora, uno dei problemi di questa categoria narrativa è che, tanto più la premessa ti fa alzare dal divano urlando al colpo di genio, tanto più è arduo per gli sceneggiatori reggere la grandeur delle aspettative per un’intera serie.
E, infatti, il primo episodio di FlashForward promette molto: spettacolare (e incredibilmente costoso) nella realizzazione, gran ritmo, ti butta in una storia di cui non puoi non vedere la seconda puntata. Arrivato ora alla nona, di puntata, nello spettatore navigato comincia però a insinuarsi un sospetto. Perché: divertente, FlashForward, è divertente; è certamente una macchina da intrattenimento come solo Hollywood (ovvero: la miglior industria culturale della modernità) sa costruirne.
Ma ecco che, episodio dopo episodio, le linee narrative aumentano e diventano francamente un po’ macchinose; il “chi è stato e perché?”, che è il vero motore della serie, finisce sempre più spesso in secondo piano; ed ecco comparire, infine, il mayday ufficiale di ogni storia che rischia di sbandare: l’accoppiata nazisti/cabala. Mai un buon segno.
Insomma, nonostante un risultato finale tutto sommato divertente, la serie ancora non riesce a scalzare, non definitivamente, un serpeggiante, orrido, sospetto: non è che mi stanno tirando un pacco?

 

(Alvaro Rissa)

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