FESTIVAL DI CANNES/ Da Almodòvar a Bellocchio, il cinema racconta la divisione dell’uomo di oggi

- Eva Anelli

Pronta la lista di film e registi in gara alla blasonatissima kermesse francese dal 13 al 24 maggio. EVA ANELLI spiega come un’urgenza si è imposta a questi cineasti in concorso: raccontare storie di uomini che non si accontentasse di una sola identità. GUARDA IL TRAILER

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L’uomo è diviso e per questo sempre più in cerca di (un unico, vero) se stesso, anche al Festival di Cannes. Intuizione, questa, cui si giunge se si scorge con attenzione la lista dei film in gara quest’anno alla blasonatissima kermesse francese (dal 13 al 24 maggio, presidentessa di giuria Isabelle Huppert). Una lista ricca di nomi davvero importanti, attesi con trepidazione sulla croisette col loro seguito e soprattutto le loro creature. Da Almodóvar a Tarantino, passando per Jane Campion per arrivare al sempre “problematico” da leggere Von Trier, solo per citarne alcuni. È strano che registi tanto importanti e tanto diversi tra loro abbiano qualcosa in comune, eppure quel qualcosa c’è e sembrerebbe essere il fil rouge dei film in gara quest’anno.

Un’urgenza si è imposta a questi artisti (e provoca noi tutti): raccontare la divisione dell’uomo di oggi, come se non si accontentasse di una sola identità o piuttosto non fosse in grado di convivere con quella che ha e se ne creasse un’altra. Uomini in cerca di risposte sulla vita. Ne sa qualcosa l’inglese Ken Loach (Palma d’Oro proprio a Cannes nel 2006 per il suo Il vento che accarezza l’erba) che racconta la storia surreale di Eric, un postino fanatico di calcio in crisi esistenziale, che cerca e trova conforto e parole di saggezza in uno dei suoi miti: un filosofeggiante Eric Cantona (che si è già prestato parecchie volte al cinema, tra l’altro accanto a Cate Blanchett in Elizabeth).

Punta ancor più sull’aspetto dell’uomo diviso l’attesissimo Pedro Almodóvar con il suo Los abrazos rotos, storia – come spesso accade nei lavori del regista iberico – di destini che si incrociano, e che questa volta hanno il loro perno in un uomo che ha due personalità. Una, baldanzosa e vitale e celata dietro un nome di fantasia, è quella con cui firma alcuni racconti; l’altra, che è la sua vera personalità e che infatti porta il suo vero nome, è quella con cui invece dirige i suoi film. La scissione è avvenuta 14 anni prima, quando in un incidente d’auto sull’isola di Lanzarote l’uomo perse non solo la vista (vive chiuso in casa al buio: l’idea è venuta al regista dopo aver trascorso lui stesso un periodo nell’oscurità a causa di violenti mal di testa di cui ha sofferto proprio mentre scriveva questo film), ma anche l’amata Lena (la musa di Almodóvar, la bravissima Penélope Cruz, fresca di Oscar come miglior attrice non protagonista per Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen. Che carriera la sua!).

Tirerà fuori questa parte di sé che ha deciso di lasciarsi alle spalle quando il figlio della sua produttrice, cui è molto affezionato, avrà anch’egli un incidente automobilistico e gli chiederà di intrattenerlo durante la convalescenza raccontandogli qualcosa. Parole dell’autore: «È una storia di “amour fou”, dominata dalla fatalità, dall’abuso di potere, la tradizione e il senso di colpa. Una storia emozionante e terribile la cui immagine più significativa è quella di una foto di due amanti abbracciati rotta in mille pezzi». Come si comporterà il protagonista quando sarà messo alle strette dalla realtà (il figlio della produttrice) che gli chiede di essere tutto se stesso, anche quella parte di sé che lui ora rifiuta e vuole cancellare? Un uomo diviso che quanto meno si mette in gioco (raccontando la sua storia al ragazzo).

Virano verso il thriller e l’horror nel descrivere un uomo alle prese con un doppio sé la spagnola Isabel Coixet (La vita segreta delle parole) e il sud coreano Park Chan-Wook (Lady Vendetta): la prima raccontando con Map of the sounds of Tokyo la vita di un uomo che lavora al mercato del pesce, ma che è anche… un killer (!); il secondo ponendo al centro del suo Bak-Jwi (Thirst), un uomo che dopo essersi sottoposto a un intervento medico andato storto scopre di essere anche un vampiro. Anche, anche… la parola chiave di questi film: non basta un’identità, si è anche sempre qualcos’altro. Un qualcos’altro che crea problemi o mal sopportato.

Von Trier, invece, “gioca” con un titolo molto impegnativo, Antichrist, per raccontare un’altra divisione, quella di una coppia (Willem Defoe e Charlotte Gainsbourg) che per ritrovare l’armonia si rifugia nella propria casa di campagna, in mezzo ai boschi a dire il vero, chiamata “Eden”. Ma qui la natura fa il suo corso, ci fanno sapere le sinossi del film in circolazione (cosa succederà mai in quel bosco? Incendio? Eruzione vulcanica? Tifone?…), e le cose per i due andranno di male in peggio (messi alla prova dalla difficoltà invece di unirsi si divideranno ancora di più?). Il regista danese ci ha abituati a grandi colpi di scena, spesso spietati e poco inclini a lasciare aperti spiragli di speranza: si è convertito anni fa al cattolicesimo, fatto che nel suo lavoro si riverbera non tanto con una maggiore misericordia e/o indulgenza verso l’umanità, semmai con una maggiore consapevolezza del male dell’uomo. E il titolo della pellicola non suggerisce una ventata di miglioramento in questo senso.

C’è poi chi ripesca dalla Storia fatti e persone noti e arci noti e li “reinventa” (o racconta secondo la sua sensibilità): una seconda identità regalata al passato. Ne è un esempio l’italiano Marco Bellocchio e il suo Vincere (con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi), sull’amore segreto del Duce, Ida Dalser, e il figlio che avrebbero avuto, Albino, fatto chiudere in manicomio. O la neo-zelandese Jane Campion (Lezioni di piano) che racconta con Bright Star l’amore del poeta John Keats (Ben Whislaw, Il profumo) per Fanny Brawne (Abby Cornish, Un’ottima annata), durato fino alla morte di lui avvenuta a soli 25 anni.

E che dire del “gloriosomante bastardo” Quentin Tarantino che porta sulla croisette – cui deve la sua esplosione a livello mondiale come regista grazie alla Palma d’Oro ’94 per Pulp Fiction – una rivisitazione splatter della seconda guerra mondiale: un gruppo di soldati americani (capitanata da Brad Pitt) nella Francia occupata dai nazisti perseguita, in abiti civili, quest’ultimi con la stessa ferocia degli invasori. Una sorta di “What if…”: “cosa sarebbe successo se davvero le cose fossero andate così?.. cosa sarebbe successo se a me fosse stata data l’opportunità di agire così?” che da una parte prende la Storia per fantasticarci sopra, dall’altra obbliga a guardarla in profondità, per scoprirvi dinamiche umane che ci raggiungono tutt’oggi. Tarantino saprà resistere alla tentazione di crogiolarsi in un manierismo solo estetico e d’effetto per offrire anche, dietro un virtuosismo dell’immagine che comunque da lui ci aspettiamo e desideriamo, uno sguardo alla Storia in grado di provocare (in senso positivo) le coscienze? Il compito è arduo, incrociamo le dita.

E anche Michael Haneke (Funny Games) si aggira dalle parti del totalitarismo con Das Weisse Band (The White Ribbon), in cui, a partire da strani fatti avvenuti in una comunità rurale nel Nord della Germania nel 1913, si cerca di collegare quelle che sembrerebbero alcune brutali punizioni con il sistema scolastico e questo con il fascismo. Alleggerisce i toni Ang Lee (I segreti di Brokeback Mountain) che presenta in concorso Taking Woodstock, sull’origine dell’evento-simbolo di una generazione (che ha preso le mosse, secondo il film, dall’idea di un uomo che lavora nel motel dei genitori).

Passato e presente si rincorrono a Cannes, raccontati da registi davvero grandi, i più grandi di oggi probabilmente: staremo a vedere, curiosi, il loro giudizio (ogni film lo è) sull’uomo in crisi (dal greco “krinó”: “separo”. Appunto).



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