UNA VITA TRANQUILLA/ Un bravo Servillo per descrivere le paure di un rapporto padre-figlio

- Elisa Rossini

Toni Servillo vince il MarcAurelio per un film che si interroga sul destino degli uomini e la possibilità (o impossibilità) di costruirsi una nuova esistenza. La recensione di ELISA ROSSINI

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Una vita tranquilla: questo ciò che vuole Rosario Russo, il protagonista dellomonimo film di Cupellini (dallo scorso 5 Novembre nelle sale), ottimamente interpretato da Toni Servillo, che per questo ruolo ha vinto il Premio MarcAurelio come migliore attore. Il titolo riassume lobiettivo finale e ultimo di Rosario, che un tempo si chiamava Antonio ed era un temibile boss della camorra; sfuggito ad un attentato, si è trasferito nel cuore della Germania, dove si è ricostruito una vita e una famiglia.

Ora ha una moglie tedesca, un figlio dai capelli biondi e dal carattere mansueto e un albergo dallatmosfera familiare, dove Rosario delizia i clienti con la sua cucina, mischiando senza timore il granchio con il cinghiale. Il timore, invece, ricompare nella sua vita sotto forma di Diego, il figlio che Rosario ha abbandonato in Campania tanti anni prima; un figlio che è stato costretto a dimenticare, per poter condurre quella sua seconda vita tedesca, ma che si riaffaccia nel suo cuore, risvegliando in lui antiche paure, sentimenti profondi e contrastanti.

Rosario vede Diego incamminarsi lungo una stessa strada di sangue, accompagnato dallamico Edoardo, focoso figlio di un potente capo camorrista, verso un omicidio legato allo smaltimento dei rifiuti tossici. Ritroviamo così Servillo là dove lavevamo lasciato con Gomorra, nei panni di un personaggio che ricorda il Titta di Le conseguenze dellamore, in un film che si domanda se le colpe dei genitori ricadano inevitabilmente sui loro eredi, destinati a ripercorrere il percorso dei loro procreatori, e che mette a tema la possibilità (o forse limpossibilità) di costruirsi una nuova esistenza, di scegliere una vita onesta dimenticando un oscuro passato. Infatti il nostro passato, la nostra storia è impossibile da cancellare, ritorna inesorabilmente a galla e lintima natura di ognuno di noi non tarda, ineluttabile, a manifestarsi.

Cupellini dirige abilmente gli attori nell’interpretazione di personaggi ottimamente tratteggiati: un Servillo che recita in tre lingue – l’italiano, il napoletano e il tedesco – affiancato da Marco D’Amore nel ruolo del figlio Diego, l’amico Edoardo alias Francesco di Leva, e la moglie tedesca di Servillo, Juliane Köhler. Un salto mortale per il regista, che precedentemente aveva firmato la dolce commedia Lezioni di cioccolato e che ora mette in scena un lungometraggio dalle tinte fosche, scritto con Filippo Gravino e Guido Iuculano, da un soggetto vincitore del Premio Solinas.

Una coproduzione italiana tedesca e francese, che racconta il rapporto di un padre con il proprio figlio, descritto attraverso i silenzi, racchiuso in piccoli gesti e piccoli sguardi, senza lasciare spazio a troppe superflue parole che nasconderebbero un vuoto che si è creato negli anni, una lontananza, una distanza che ormai non è solo fisica, ma anche affettiva. Perché Rosario teme per la sua esistenza ed è talmente legato alla sua vita, spinto da un forte spirito di sopravvivenza, da rinunciare al proprio figlio, anzi ai propri figli, uniti da un tragico destino di comune abbandono.

Non è pronto a lasciare la tranquillità, fondata sulle menzogne, che si è costruito negli anni, è attaccato e arroccato in modo indissolubile alla sua vita, benché priva di legami realmente profondi e veritieri (nemmeno la moglie tedesca conosce la sua vera identità). Un film caricato eccessivamente negli ultimi minuti di eventi rocamboleschi e inverosimili, ma che colpisce al cuore per la sua spiazzante e profonda drammaticità.

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