WOLFMAN/ L’Uomo-Lupo tra atmosfere gotiche e psicanalisi: ecco un remake che ha un senso

- Alessandro Pedrazzi, int. Alessandro Pedrazzi

Nelle sale in questi giorni il nuovo lavoro di Joe Johnston con Anthony Hopkins e Benicio del Toro, Wolfman, è un remake intelligente, che attualizza senza svilire un buon film degli anni ’40. ALESSANDRO PEDRAZZI lo analizza in ogni sfumatura per IlSussidiario.net

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Schifate l’aconito, schivate pallottole d’argento e avete nell’armadio una catasta di vestiti di ricambio perché ogni volta che vi trasformate fate a brandelli pantaloni e camice? No, mi spiace, non siete Hulk, siete solo dei licantropi. Ma niente paura, è arrivato il vostro momento. I timori millenaristici in ambito cinematografico erano tutti fondati: ogni pellicola prodotta nel XX, allo scoccare dell’anno 2000, viene re-makata e riadattata ai gusti del pubblico del XXI secolo.

ora il caso di Wolfman, ovvero L’Uomo Lupo del 1941, ma con il pelo pettinato. Il vecchio film della Universal, con protagonista il bravo Lon Chaney Jr., fu uno dei classici del tempo e andò ad arricchire la teca dei mostri classici del cinema, al fianco di Dracula, del Mostro di Frankenstein, della Mummia e dell’Uomo Invisibile (quest’ultimo, nomen omen, il meno visto di tutti).

L’Uomo Lupo ha il merito non tanto di essere un bel film ma di aver tracciato in maniera stabile il paradigma del licantropo; è in questa pellicola, infatti, che si parla dell’avversione del mannaro per l’argento, della sua relazione con la luna ed altri particolari che con il tempo sono stati confusi con una vera e propria tradizione folkloristica.

Ma la pellicola del 1941 era anche, rilettura più nascosta conoscendo le origini dello sceneggiatore ebreo Kurt Siodmak, una metafora dell’Europa vista come zona d’origine del Male, male che nella fattispecie era quello nazista; Landis, cosciente di ciò, nel suo Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981) mostra dei lupi mannari vestiti da SS. Nonostante il successo, la Universal preferì, anche per mancanze di idee, fare scontrare i propri mostri piuttosto che dare al licantropo una sua personalissima saga come invece era stato per Dracula e Frankenstein (vedasi Frankenstein contro lUomo Lupo, 1943; Al di là del Mistero, 1944; La Casa degli Orrori, 1945, e il comico Il Cervello di Frankenstein, 1948). Si è dovuto dunque aspettare fino ad oggi perché la Universal rimettesse seriamente mano allicona; in questo particolare caso la remake-mania ha senso.

La regia è affidata a Joe Johnston, ex direttore artistico, scenografo ed effettista dellIndustrial Light and Magic che, nel 1989, divenne regista per intervento della Disney (Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi); Johnston si è mantenuto con un curriculum registico non sempre brillante fatto di film, e poco sorprende, che molto devono agli effetti speciali.

 

La sceneggiatura va ad Andrew K. Walker, che stupì le platee con lo screenplay di Seven (1995), in collaborazione con il poco noto David Self (Era mio padre, 2002). La cosa migliore che si può dire di questo nuovo Wolfman è che evita di aggiornare al glamour odierno l’atmosfera finemente gotica che contraddistingueva il suo vecchio modello, lasciando perdere riletture moderniste e radical chic per una sana e classica messa in scena di fine XIX secolo.

 

E, ça va sans dire, il gotico non trova migliore espressione se non fra gli introversi paesaggi inglesi e i viottoli nebbiosi. La storia è, bene o male, sempre quella. Lawrence Talbot, un Benicio Del Toro che già di suo non avrebbe bisogno di trucco per trasmettere inquietudini belluine, è un attore teatrale di successo nato in Gran Bretagna ma cresciuto in USA.

 

L’uomo riceve una lettera da Gwen Conliffe (Emily Blunt), la fidanzata del fratello Ben, la quale lo informa che Ben è sparito. Lawrence quindi torna in quel di Blackmoor, villaggio che non vede da quando era ragazzino, solo per venire a sapere che suo fratello è stato trovato morto, e morto male: il cadavere è in pessimo stato. Siccome siamo in un film horror, Lawrence non organizza un semplice funerale e poi torna in America a calcare le scene, ma si lancia in un’indagine che lo porta in un campo di zingari.

 

Qui viene aggredito da una bestia feroce che lo ferisce quasi mortalmente. Guarito in maniera repentina dallo scontro con quello che ovviamente era un licantropo, Lawrence Talbot dovrà ora fare i conti con la maledizione; il suo severo padre (Anthony Hopkins), che lo chiude in manicomio, non sembra essere il migliore aiuto. A tratti piacevole, a tratti prolisso (e a chi piacciono i classici, piacevolmente prolisso), Wolfman rimane sui binari del film del 1941 con un sentire che lo rende quasi più ispirato a L’Implacabile Condanna (1961) e con variazioni quali l’introduzione dell’ispettore Francis Abberline, simpatica citazione del poliziotto, Frederick Abberline che indagò sugli omicidi di Jack lo Squartatore.

 

 

La variazione principale, tuttavia, è la presenza del padre di Lawrence Talbot, interpretato dal più che bravo Hopkins, qui John Talbot, anch’egli licantropo. La cosa si presta a riletture spesse. John è, in effetti, il licantropo che ha terrorizzato la zona, e ciò dà al film, diversamente dalla pellicola del ’41, un cattivo ben identificabile ma oltre a ciò il dualismo padre-figlio fa assumere al film una prospettiva quasi shakespeariana, per cui Lawrence pare una figura tragica che deve fare i conti con un re da spodestare.

 

È qualcosa che suona assai edipico, non solo perché Lawrence è rimasto sconvolto dalla morte della madre, non solo perché ora si trova a doversi scontrare con il padre, ma anche perché tutto ciò avviene prima dell’esplosione culturale psicanalitica e quindi la repressione inconscia dell’istinto che si manifesta in maniera mostruosa e distruttiva nella metamorfosi licantropia è un “perfetto” esempio di conversione somatica del sintomo pre-cura nevrotica.

 

Non ché la licantropia del lupo umano del 1941 avesse spiegazioni psicologiche diverse, ma questo film del 2009, introducendo la figura paterna, rende il fenomeno ancor più complesso ed evidente. Poi, letture psicologiche a parte, la presenza di Hopkins-John paga a livello di mero intrattenimento. L’altra variazione originale è la postdatazione degli eventi. Il film del 1941 si svolgeva negli stessi anni in cui veniva presentato, mentre Wolfman si svolge nell’ultimo decennio del XIX secolo; ciò permette ai costumisti (Milena Canonero), agli scenografi e quant’altri di realizzare un film in cui lo stile vittoriano incontra il gotico in un’esplosione estetica del tutto peculiare e stilizzata.

 

Molti spettatori moderni dicono di non aver apprezzato il film, in parte anche per l’abuso di computer grafica. Sarebbe curioso sapere quanti di essi hanno avuto l’ardire di vedere l’originale, perché, chi l’ha visto lo sa, L’Uomo Lupo era esteticamente malmesso già ai tempi, malmesso il licantropo e malmessa la cura dei set: molti di coloro i quali dicono di non aver apprezzato Wolfman, anelando una messa in scena più discreta, temo che cadrebbero in catalessi allo scoccare dei primi 15 minuti del film del 1941.

 

Già negli anni ’40 il cinema horror e fantastico veniva aggredito da più parti da chi vedeva nell’effetto una superficiale espressione di non-arte. Io, difensore dell’SFX e della CG come peculiare forma espressiva artistica che ben rappresenta la nostra era digitale, dico che Wolfman finalmente dà vivace splendore ad una storia che nel 1941 non poteva essere rappresentata come avrebbe meritato.

 

 

 

 

Il film del 2009 non inventa nulla di nuovo, così come l’effettista Rick Baker non stupisce con il computer più di quanto avesse già fatto in Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981), eppure la fotografia di Shelly Johnson, le trasformazioni anatomiche e l’inseguimento per le strade di Londra non sono affatto estetismi scontati. O forse sì, se ci consideriamo degli spettatori viziati.

 

Per quanto riguarda il cast, pareva una scelta pericolosa mettere al fianco due premi Oscar e forse questo è il motivo per cui nessuno dei due dà una prestazione che rimarrà nella storia del cinema. Sembrava oltretutto azzardato dare il ruolo dell’inglese Lawrence Talbot ad un attore di origine portoricana; Del Toro, tuttavia, grande amante del film del ’41, si è incollato alla pellicola fin da quando è stata annunciata nel 2006 e compare anche come produttore.

 

Il suo Talbot è efficace e, in effetti, richiama molto bene l’aspetto di Lon Chaney Jr., aumentando di qualche grado il suo umore depresso. La regia di Johnston è prona alle necessità di un film mainstream che deve cercare di piacere a tutti, deve mettere in risalto le due star protagoniste, gli effetti speciali e le scene adrenaliniche costruite per non far sentire troppo a disagio il pubblico da Xbox; comunque funzionale.

 

Questo è, in definitiva, un horror che non fa paura, anche perché la lotta fra istinto e ragione è problema psicosociale da un pezzo superato, ma la rivisitazione filologica della Universal è corretta, lo splatter che prima non c’era e che ora c’è è piacevolmente furbetto, ed il lavoro tecnico è pregevole anche a discapito di debolezze in sceneggiatura che possono essere tollerate. Averne di horror così.

 

A chi si lamenta consiglio di farsi un viaggio nei veri inferi cinematografici guardandosi La Croce dalle Sette Pietre (1987) di Andolfi, dove un licantropo lotta contro la camorra, così almeno ci troveremo d’accordo su cosa sia davvero un brutto film.

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