SOMEWHERE/ La perfezione non basta: manca una storia al nulla chic di Sofia Coppola

- Eleonora Recalcati

E’ stilisticamente, esteticamente e sotto il profilo musicale perfetto il vincitore del Leone d’oro. Eppure, la mancanza di una struttura narrativa compiuta ne fa un film piuttosto noioso. La recensione di ELEONORA RECALCATI   

somewhereR375
Somewhere - Una scena del film

E uno strano pregiudizio quello veneziano contro le storie compiute, i film in cui succede qualcosa. Come se la perfezione formale potesse trascurare il compito di raccontare. Stavolta il Leone doro va a Somewhere, nuovo film di Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide, Lost in translation, Maria Antonietta), esangue contenitore di scene meravigliose. Peccato che in sala, attorno a me, chiunque avesse un fidanzato o un cellulare con cui farlo si è presto distratto dalla meraviglia.

Nella muta fissità del deserto una Ferrari gira a vuoto, come una scheggia impazzita. Lapertura rinfocola laspettativa per cui sono corsa al cinema, smaniosa di ritrovare le attese sfumate che mi hanno fatto innamorare di Lost in translation. Ma stavolta non basta il genio registico della figlia darte a far perdonare quel senso di nulla che inghiotte un film quando si rifiuta di raccontare una storia.

Johnny Marco (Stephen Dorff) è una star di Hollywood persa tra sesso e droghe nei celebri corridoi dellHotel Chateau Marmont; una persona senza consistenza, con una figlia undicenne (Elle Fanning) avuta da un rapporto finito. Annoiato davanti al quotidiano balletto hard di fantasiose professioniste, rimane invece a bocca aperta di fronte al volteggiare della figlia Cleo sul ghiaccio, immagine salingeriana di purezza. Scorrazza per un mondo frammentato come il suo io su una Ferrari, sbatacchiato tra festini e conferenze stampa di cui non capisce le domande.

Incontra un limite alloblio spensierato quando lex compagna parte per un viaggio misterioso, affidandogli Cleo per due settimane. Padre e figlia imparano a conoscersi tra partite alla Wii e suite con piscine private: la vita senza senso di Johnny è nuda e trasparente di fronte allo sguardo fedele ma addolorato di Cleo, orfana in un mondo di adulti senza identità. Nel momento del distacco tra i due, le pale di un elicottero si mangiano le prime autentiche parole da genitore di Johnny e allattore rimane solo il retrogusto di un fallimento, la disperata consapevolezza di non essere nemmeno una persona.

PER CONTINUARE A LEGGERE LARTICOLO, CLICCA >> QUI SOTTO

 
Scene esatte e poetiche fluttuano come isole nel lento vuoto di una storia che non ingrana: una su tutte la claustrofobica maschera di gesso che Johnny indossa per il suo nuovo film, lunghi minuti in cui il vuoto della sua vita gli nega i tratti di un volto definito, soffocandolo sotto il bianco indistinto da cui trapela un angosciato respiro d’animale. Il nulla gli sta sempre alle spalle, rischiando di risucchiare la sua identità esangue: la Coppola lo mostra scomparire dall’inquadratura, trasportato dal lento scivolare di un materassino nel buio al di là dello schermo.

Il tocco minimal della montatrice di Lost in translation (Sara Flack) e il lavoro di sottrazione della Coppola garantiscono la perfezione formale. Ma allora perché questa delusione, questo senso di inessenzialità, di serata buttata? Da dove viene la noia se Stephen Dorff recita con esattezza, Elle Fanning incanta con eterea bellezza, la Coppola meraviglia con inquadrature rarefatte? La perfezione del film non basta perché lo spettatore ha bisogno di storie, di tracce di vita in cui riconoscersi, di rivelazioni.

In una parola ha bisogno di struttura, di un capo e di una coda, anche se inusuali o distorti. Da sempre ci raccontiamo storie che implichino un divenire, un cambiamento. E nei 98 minuti di Somewhere non accade nulla se non il virtuosismo di una regista dotata. Un nulla intellettuale e chic, dilatato con grazia e accompagnato da una colonna sonora che seduce come un sussurro. Ma gli espedienti narrativi sono timidi: la linea degli sms minatori e del SUV pedinatore, plagio dell’ultimo romanzo di Bret Easton Ellis, non porta a nessuna scoperta. Fa male al cuore la parentesi italiana, la nostra sottocultura televisiva personificata in una Marini coperta di pailettes.

Nessuno dei personaggi secondari provoca reazioni nel protagonista, una monade senza porte e finestre che ci si stanca di seguire. Come in Lost in translation va in scena la fatica di “essere una persona”, di incontrarsi e riconoscersi nel non-luogo privo di confini che è diventato il nostro mondo. Sarebbe meraviglioso se, nel raccontarci tutto questo, il genio immaginifico della Coppola si confrontasse col fascino universale di una storia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori