SOMEWHERE/ Le cose che ho imparato dal film (validi motivi per non andare a vederlo)

- La Redazione

ALVARO RISSA, tra il serio e il faceto, stronca  Somewhere, il film di Sofia Coppola, vincitore del Leone d’oro a Venezia, raccontando cos’ha imparato dalla sua visione 

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Le stroncature, se uno si prende sul serio, spesso sono ridicole e sempre finiscono per suonare come una subliminale vendetta da frustrati. La premessa di questo pezzo, dunque, è che chi scrive non si prende sul serio.

Ora procediamo con la stroncatura.

Cose che ho imparato vedendo Somewhere, di Sofia Coppola.

Che dei tanti modi in cui si possono fregare 7,50 euro a una persona, la rapina col serramanico non è necessariamente il più irritante.

Che nel mondo del cinema ci vorrebbe qualcuno pagato per leggere le sceneggiature e dire: “guarda, è tutto molto poetico, è tutto molto suggestivo, brava! L’unica cosa, ecco, guarda ti sei dimenticata di metterci una storia”.

(Che se quel qualcuno esistesse e lavorasse in Italia, si sarebbe sparato a inizio anni ’80).

Che, nonostante una delle grandi verità taciute dell’intrattenimento sia che le storie sui poveri nove volte su dieci sono una gran palla, anche le storie sui ricchi posso essere una gran palla.

Che una confezione, per quanto tu la riempia di superlativi (recitazione eccelsa, scenografie splendide, fotografia elegantissima, colonna sonora curatissima), non riuscirà a distrarti mai abbastanza da farti dimenticare che sullo schermo non sta succedendo niente.

Che prendere il primo atto di un bel film (in questo caso: Lost in Translation) e farci un film intero è un’operazione malsana. Sfocia nel narcisismo patologico se i due film li fa la stessa persona.

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Che, come insegnava Gaber, ci sono tanti motivi per non sentirsi italiani. Però Valeria Marini e i Telegatti stanno sornioni in cima alla lista.

Che anche le Ferrari ti mollano in mezzo alla strada.

Che ci vorrebbe una moratoria universale sul chiudere un film col sorrisetto speranzoso e oh-così-significativo di un personaggio: l’aveva inventato Fellini con La Dolce Vita, l’aveva ribadito Woody Allen in Manhattan, ‘mobbasta, come si dice qui dal Papa.

Che il cinema d’essai ha cominciato a plagiare la televisione popolare: questo film è una puntata di Californication senza David Duchovny e senza le battute argute, con l’aggravante che dura tre volte tanto e hai tirato fuori dei soldi.

Che quando si esce da una sala e ci si sorprende a pensare: "mio dio, sembrava un film italiano", non è un complimento.

Che l’aria condizionata rotta non è per forza la cosa peggiore che può succedervi al cinema in un torrido pomeriggio di settembre. Sudare come suini all’ingrasso in poltrone appiccicose può anzi essere una stimolante distrazione, se l’unica cosa davanti a voi è uno zoom su gente immobile a prendere il sole che va avanti da 4 minuti e non accenna a finire.

Che a volte le metafore su quanto sia velleitario e supponente il cinema impegnato non devi neanche andarle a cercare lontano: a 20 metri dal cinema ho mangiato uno dei migliori panini della mia vita, e ho speso esattamente la stessa cifra del biglietto. E nei 7 e 50 del paninaro era compresa la birra.

 

(Alvaro Rissa)
 

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