CACCIA AL RE LA NARCOTICI/ I segreti di una fiction che sa parlare con il pubblico

- Maria Luisa Bellucci

La nuova fiction polizesca della Rai riesce a distinguersi da tutte le altre. MARIA LUISA BELLUCCI ci spiega perché

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Gedeon Burkhard, protagonista della fiction (Foto Ansa)
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La droga che sballa, quella che brucia e che regala secondi di felicità infuocata per poi sbatterti addosso la difficoltà del vivere. Quella che a volte ti risparmia, altre ti ammazza. Questo è il protagonista di Caccia al Re. La narcotici, la nuova serie che da domenica 16 gennaio Rai uno contro programma allammiraglia di Mediaset.

Le prime due puntate, andate in onda in sequenza domenica e lunedì 17 gennaio, hanno confermato il buon occhio della prima rete Rai per la scelta delle serie. Un 20,56% di share contro Stasera che sera! della DUrso – un flop inaudito – e un 22,07 % contro il Grande Fratello.

Ormai quello con la fiction domenicale è diventato un appuntamento fisso che non delude lo zoccolo duro del pubblico Rai. Forse è questo uno dei motivi del successo di Caccia al re. Una forma di fidelizzazione che va oltre il contenuto e si aggrappa al formato fiction. Un modulo di narrazione diverso dai soliti reality, lontano dai varietà che pretendono di chiamarsi tali, ma, come è vero che non ci sono più le mezze stagioni, è altrettanto insindacabile che il varietà di una volta ha lasciato il tavolo dellintrattenimento.

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Così capita che gli aficionados della Rete siano placidamente contenti che ogni domenica ci sia una storia nuova, personaggi che arrivano sullo schermo e poi se ne vanno per lasciare il posto ad altri colleghi di altre, diverse, fiction. Sì, perché contrariamente ai tempi in cui la lunga serialità si prendeva 12 settimane di programmazione, ora accade che quando non si tratti di miniserie (dalle 2 alle 4 puntate) è raro arrivare alle 24 puntate come ai tempi di Don Matteo o del Commissario Manara. Il che può essere unarma a doppio taglio. Se un prodotto è molto buono, si limita il successo in ascolti a poche serate. Se la storia è scritta e girata male, si argina il disastro per ripartire con un nuovo progetto.

In fondo, però, se Caccia al ladro. La narcotici non è andata poi così male è anche merito suo. La regia di Michele Soavi, che tra gli altri ha diretto Nassiriya – Per non dimenticare (2007), Attacco allo stato (2006), Uno bianca (2001), Ultimo – La sfida (1999), è già di per sé una garanzia. E, nonostante sia l’ennesimo poliziesco in circolazione, in qualche modo sa distinguersi dagli altri. In primis per il tema. Tra caserme romanocentriche, investigatori improvvisati e ispettori sui generis alla Coliandro, qui si parla seriamente e solo di droga e delle principali vittime che essa miete, ovvero i ragazzi.

 

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Dopo un’importante missione, infatti, il capo della narcotici viene arrestato per corruzione. Fra le vie della capitale scorrono fiumi di un nuovo tipo di cocaina, chiamata speciale perché costa meno e fa sballare di più. È un’urgenza impellente smantellare l’intera organizzazione che la smercia fra i ragazzini e il Questore ha in mente un solo nome per risolvere la questione. Quello di Daniele Piazza, che insieme alla sua nuova squadra dovrà centrare l’obiettivo e arrestare il capo di questa organizzazione criminale, ovvero quello che viene definito “l’ottavo re di Roma”.

 

Non sarà un compito semplice, è per questo che il Questore ha pensato a Daniele, un cane sciolto, uno che ragiona fuori dagli schemi e che, pertanto, incarna la forma mentis ideale per catturare il re. Un poliziotto duro e inflessibile che in parte si discosta dal maresciallo italico o dall’immagine pizza e mandolino che tanta fiction passata ha regalato. Eppure, nonostante questo classicamente sia un problema (se un “eroe” si allontana dall’immaginario collettivo nostrano, difficilmente il pubblico si affeziona), non è difficile empatizzare con il personaggio di Daniele.

 

In parte anche grazie al fatto che il nostro pubblico già conosce il volto di Gedeon Burkhard per averlo visto nel Commissario Rex. Ma non solo. È vero, è un cane sciolto, ma è un capo che aggrega il gruppo e il suo motto è che tutti devono lavorare in team per la catturare il re. Detto per inciso, poi, anche la sua squadra è un po’ particolare. Ricorda, in qualche modo, quella di Ris, Delitti imperfetti, che fu la prima serie poliziesca ad “americanizzarsi”. A togliere quel velo di italianità provinciale per assumere un linguaggio un po’ più “altro”.

Basta con i marescialli i capitani e i comandanti. Ora ci sono anche i chimici e gli informatici, di rigore geniali nerd dell’etere. E se non fosse per loro, Daria Lucente (Raffaella Rea), Mila Celin (Alina Nedelea), Il Conte (Sergio Friscia), Anselmo Rocca (Dennis Fasolo) e Paolo Corsi (Valentino Campitelli), anche il piglio da uomo duro di Piazza a nulla servirebbe. Piazza, punto di coesione per i suoi uomini e nei confronti del pubblico di Rai Uno, che empatizza con lui anche grazie alla vicenda umana di cui è vittima.

 

Daniele, infatti, ha perso la moglie 13 anni fa in un incidente in cui, probabilmente, sono coinvolti gli uomini dell’ottavo re di Roma. Da allora ha cresciuto da solo la figlia, per la quale ha sacrificato la carriera. Padre e poliziotto, amore e dovere sintetizzati dalla necessità, in cui ognuno di noi si riconosce, di stoppare il traffico di droga e dare un’opportunità a chi è troppo giovane per morire, figli, fratelli e amici.

 

Anche per questo vale la pena vedere almeno una puntata di Caccia al re. Perché in fondo tratta un tema scottante senza retorica. Anche se, volendogli trovare un difetto, alcune scene sembrano più degli spot ministeriali che sequenze di film.

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