LA MISURA DEL CONFINE/ Il film sui “muri” capaci di non far incontrare gli uomini

- Ezio Goggi

EZIO GOGGI parla del film di Andrea Papini, uscito nelle sale. I veri confini non sono quelli geografici, ma quelli che ogni volta mettiamo alla necessità di raccontarci agli altri

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Una scena del film La misura del confine

Il sindaco di un paese della Valsesia durante unescursione in montagna sul Monte Rosa, trova semisommersi nel ghiaccio, i resti di un corpo mummificato. Intravvedendo la possibilità di uno scoop che possa rilanciare il turismo nella zona, come già accaduto in Alto Adige con il ritrovamento della mummia del Similaun, fa convocare sul posto due docenti di topografia per rilevare lesatta posizione del confine tra Italia e Svizzera e decidere a chi compete lo studio del reperto. I due gruppi salgono separatamente con modalità e destini diversi per poi ritrovarsi insieme in un rifugio.

Dopo una prima parte in cui prevale la descrizione scientifico/escursionistica il resto del film La misura del confine si svolge completamente nel rifugio nel quale si dipana la vicenda che comprende anche due rifugisti molto esperti in gestioni turistiche, ma ben poco addentro alle cose di montagna. Lincontro apparentemente casuale conduce i personaggi a svelare i loro caratteri e, da sconosciuti costretti a convivere in uno spazio limitato, a confrontarsi sul modo di affrontare le insolite vicende che si ritroveranno ad approfondire.

La storia che il film descrive è interessante e ricca di spunti, così come la vicenda imprevista che si tinge di giallo nel progressivo ritorno a un passato comune a molti dei piccoli paesi sperduti nelle alte vallate alpine. A fronte di uno spunto che avrebbe potuto dare spazio a riflessioni sullumano, dai dialoghi emergono osservazioni anche profonde ma che poi restano sospese, come se nessuno avesse il coraggio di affrontarle. Le storie che ciascuno si porta dentro non si incontrano e ogni sguardo resta un attimo per poi essere portato via dal vento che soffia incessantemente.

Forse è questo uno dei messaggi del film: i veri confini non sono quelli transnazionali o le creste delle montagne, ma quelli che noi stessi mettiamo alla necessità di raccontarsi agli altri. I limiti principali del film sembrano essere in questo, i personaggi ne escono allo stesso modo in cui vi sono entrati e anche il vivere insieme situazioni difficili in un ambiente grandioso non crea nulla nella storia.

La misura del confine non è un film di montagna, ma un film in cui la montagna è come la gigantesca quinta di un teatro che indifferente, e quasi sempre cupa, assiste alla vicenda.

Un po’ banale, infine, la contrapposizione di caratteri tra italiani ridanciani e un po’ superficiali e svizzeri silenziosi e metodici; in fondo il più simpatico e l’unico che sembra veramente se stesso è l’assistente del professore svizzero, un po’ imbranato ma simpaticamente sincero.

Una nota finale sul luogo in cui si svolge il film: è il rifugio Città di Vigevano al Col d’Olen tra Alagna Valsesia e Gressoney. Nel film appare quasi sempre avvolto da nebbia e solo nella scena finale i due topografi svelano attraverso il loro breve dialogo quanto grandioso sia quel luogo. A tutti consiglierei di andarci; non è necessario salire a piedi come nel film, da Gressoney sale una moderna cabinovia che porta a 15 minuti dal rifugio (aperto anche di inverno). Se ci andate, però, passateci anche una notte: nel silenzio il Monte Rosa vi dirà molte cose e, se siete fortunati, la mattina dopo al sorgere del sole potrete anche voi “misurare il mondo”.

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