TERRAFERMA/ La ricerca di un futuro migliore con un neorealismo a caccia di Oscar

- Maria Luisa Bellucci

MARIA LUISA BELLUCCI ci parla di Terraferma, il film di Emanuele Crialese con Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello che rappresenterà lItalia nella corsa agli Oscar

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Una scena del film Terraferma (Foto Ansa)
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con la sua mano limpida e fluttuante che Emanuele Crialese, regista di Terraferma, ci accompagna dentro la storia senza incertezze. Dandoci il tempo di capire, immergerci tra gli specchi delle sue inquadrature per farci attraversare dai suoi personaggi, che qui si materializzano nei volti di Giulietta (Donatella Finocchiaro), Filippo (Filippo Pucillo), Ernesto (Mimmo Cuticchio) e Nino (Beppe Fiorello). Padri, madri e figli in una famiglia che nasce dal mare di Sicilia.

poesia visiva la regia di Crialese. Scandita da immagini reali e metaforiche. Schiette, le prime hanno il sapore del mare e del sole, insinuandosi nella scia del moderno neorealismo di cui già Respiro (2002) era stato esempio e macchiandosi, nello stesso tempo, di allegorie che ricordano il cinema di Nuovomondo (2006). Neorealismo non solo nelle immagini e nella regia, ma completato dalle musiche, le cui note si accordano perfettamente al dialetto indigeno. Che accoglie alla stessa stregua le orde di turisti e di immigrati sbarcati su questa macchia di terra senza nome e ugualmente affamati della sua generosità.

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Basterebbe raccontare le donne dei film di Crialese per far capire quanto sia grande il suo universo. Partendo da Respiro, che ha incorniciato nella stessa sabbia di Sicilia il corpo femmineo di Grazia (Valerio Golino), madre e moglie inconsapevole del ruolo che riveste. Libera nella sua follia, dolce, verace, fugace e fluttuante, eppure lì, ingenua, trasparente e bella. Poi è arrivato Nuovomondo con la sua Luce (Charlotte Gainsbourg). Elegante nel vestito composto, capelli rossi nascosti in parte da un copricapo signorile, rappresenta la fierezza del moderno femminismo. Solida, sicura di sé, brillante e libera dai ruoli sociali, indipendente e audace si scontra con Donna Fortunata e il suo superstizioso e sottomesso radicamento alla sua terra.

Luce anticipa Giulietta. Nella fermezza e nella lucidità. Mentre Luce, però, che fa della lingua inglese il ponte verso il proprio personale nuovo mondo, è solo allinizio del processo di emancipazione, Giulietta ha già compiuto, assorbito, metabolizzato questo slancio. Lei è la più alta sintesi tra Grazia, Luce e Donna Fortunata. femmina, verace, solida, audace e materna. la Terra Madre. Come lei feconda, generosa, severa nel dare e nellaccogliere, nel nutrire e nel crescere. Nel proporre una scelta. Una possibilità per un futuro migliore verso una nuova terra. Sia quella di unisola per chi, come gli immigrati, cercano scampo dalla propria natia disperazione.

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Meraviglioso, in questo senso, il personaggio di quella venere nera – sottratta da Ernesto alla gola del mare – nel suo rapporto con Giulietta. Che la accoglie in casa, la aiuta a partorire, ad allevare il suo piccolo e a crescere, nel contempo, l’altro suo figlio. Donna e materna, sì, ma dura. Non c’è un prego al grazie sincero dell’immigrata, che varca il limite dell’incomunicabilità linguistica per regalare a Giulietta la sua riconoscenza. Sara e i suoi figli se ne devono andare. Non c’è altra possibilità. Nutriti e rifocillati devono percorrere da soli la strada della propria salvezza.

C’è un’altra terra, oltre quella di mezzo cui approdano gli immigrati. Quella del continente, per chi, come il ventenne Filippo conosce solo i caldi orizzonti isolani. Che sono meravigliosi. Ma parlano esclusivamente il dialetto dal mare e del sole, di cui il ragazzo, grazie a nonno Ernesto, che del mare è il re pescatore, ormai conosce segreti e sospiri.

Terra che non è promessa, forse. Ma cercata, voluta, sudata. Nel mezzo, tra un porto e l’altro, il mare. Ambivalente nell’animo. Perchè generoso nel dare la vita, ma crudeli le sue onde e il suo sale nell’inghiottire e nell’inaridire. Come quelle due scene tanto diverse ma ironicamente uguali. La prima, in cui nonno Ernesto e Filippo avvistano un gommone straripante di immigrati che agitano le mani al cielo in cerca di salvezza. La seconda, che inquadra con forte senso poetico l’imbarcazione su cui Nino conduce un gruppo di turisti sventolanti, anch’essi, le mani al cielo in una danza del divertimento. Un tuffo e Crialese li inquadra dal fondo del mare. Con il sole che ne illumina le ombre. Come tanti, minuscoli pesci attorno allo squalo predatore.

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