SFOOTING/ La fine del mondo nel 2012? Per gli aztechi era “una gran Mayalata!”

- Comic Astri

I COMICASTRI hanno intervistato il professor Piero Angela Merkel per scoprire se è vera la profezia Maya che fissa la fine del mondo al 21 dicembre 2012. Ecco lesilarante scambio di battute

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La profezia Maya
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Tra pochi giorni inizierà il nuovo anno. E chissà quante persone, prese dalla febbre del si salvi chi può in attesa del 21 dicembre 2012, si staranno chiedendo dove rifugiarsi per poter sfuggire a epidemie, tsunami, terremoti ed eruzioni vulcaniche, probabili glaciazioni e riscaldamento globale, scie chimiche, impatto con asteroidi impazziti e addirittura? – la probabile fine del mondo prevista dai Maya proprio in quella data. Ma quanto cè di vero, di scientificamente valido in quella profezia?

Per sciogliere ogni ansia, ogni stress e ogni dubbio abbiamo interpellato il massimo esperto di civiltà precolombiane (cioè pre-esistenti alla prima serie del telefilm Il tenente Colombo), il professor Piero Angela Merkel, studente modello perché ha sempre fatto regolarmente tutti i compiti a casa con teutonica precisione, laureato in Storia dellastronomia idraulica allUniversità di Tubinga (in pratica, una materia in cui non si capisce un tubo) e conduttore su Disney Channel del programma di divulgazione scientifica Quirk Quork Quark: la scienza spiegata a zio Paperino.

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Cominciamo spiegando nei dettagli il calendario Maya. Il loro calendario ci spiega con teutonica esplicatività il professor Piero Angela Merkel – è costituito da nove elementi fondamentali. Innanzitutto, il Giorno, che si chiama Kin, che nomina anche il Sole, quindi qualcosa di vicino, di caldo, che genera vita; e come suo contraltare la notte, chiamata Tin. Ogni giorno e ogni notte hanno un proprio nome e quindi ci sono diversi Kin. Per esempio, con lespressione Kin-otto si intende lottavo giorno del mese; Kin-tin-tin  indica il giorno più corto dellanno (solstizio dinverno), Tin-kin-kin (il solstizio destate), Kin-tin-kin (non esistono più le stagioni di una volta) e Kin-kin (lultimo dellanno con brindisi).

Poi ci sono gli Uinal, i mesi: Gennuinal  Febbruinal, Marzuinal e così via fino a Decembruinal. Sono di 20 giorni più un mese aggiuntivo, Tredicesimuinal, di soli cinque giorni, il tempo utile per garantire a tutti i lavoratori Maya il ritiro della gratifica di fine anno. Così in totale si arriva a 365 giorni. Aggiunge Piero Angela Merkel con teutonica sicumera: I Maya non aggiungevano un giorno a un mese ogni quattro anni come facciamo noi: non c’ era l’anno bisestile, anche perché era per loro difficile da calcolare. In pratica avrebbero dovuto usare lespressione: Tun met Febbruinal piùn kin.

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A questo punto, identificati i giorni e i mesi, “ci sono il Tun, che equivale all’anno di 365 giorni, il Bitun, cioè il biennio, il Tritun, il triennio, e il Tun-nel, che si può tradurre come anno nero, anno buio”. Da qui in poi – ci ricorda Piero Angela Merkel con teutonica matematicità – “vanno ricordati il Katun, che sono 20 anni, cioè 20 Tun, il Baktun, 400 anni, il Karaktun, che moltiplicano sempre per 20, il Kinciltun fino ad arrivare all’Autun, cui poi seguono la Primaverun, l’Estatun e l’Invernun. Infine – conclude Piero Angela Merkel con teutonica pignoleria – vanno aggiunte altre piccole rettifiche, in modo da avere una precisione totale di tempi sulle stagioni e sugli orari. I Maya erano così puntuali che gli altri popoli precolombiani li definivano gli Andermatt, cioè gli svizzeri delle Ande”.

Ma come si è giunti a individuare proprio nel 21 dicembre 2012 il giorno segnato da possibili eventi cataclismatici in grado di cambiare le sorti del mondo? “La tradizione Maya – risponde Piero Angela Merkel con teutonica saccenza archeologica – ci racconta come il grande sacerdote Ginopaoli Catepetlkozpetal, intonando il canto propiziatorio detto Camerun, cioè “il cielo in una stanza”, abbia avuto una visione con ventuno dozzine di venti e una dozzina di donne dozzinali. Tradotto in numeri, ha visto un 21-12-2012”.

Ma non solo i Maya hanno lanciato apocalittiche profezie. Gli Inca, per esempio, avevano fatto un’altra previsione. “Siamo nella fase iniziale della dinastia Inca dei Capac – osserva Piero Angela Merkel con teutonica erudizione -. Manco Capac volle passare alla storia per aver provato a indovinare la data della fine del mondo. In base ai suoi calcoli astronomici, non rimanevano che due possibili date: il 30 febbraio del 15704 o il -3 di novembre di un qualsiasi anno dispari. Già allora, però, un anonimo sacerdote-matematico, detto Qual-Kun, gli fece notare che la previsione del -3 novembre aveva più a che fare con la meteorologia che con l’astrologia. E sempre quel Qual-Kun aggiunse: “Manco Capac di fare i calcoli”. Dopo Manco Capac (da quel momento soprannominato “L’Impe”, che non è l’Imperatore, ma L’Impedito), salì al trono In Capac (detto “L’Imbra”), cui succedette Abbas Capac (detto “L’Imbe”): furono periodi bui per l’impero, a tal punto che gli Inca passarono alla storia con quel nome perché erano sempre inca…ti neri. Per fortuna alla fine a guidare l’impero fu chiamato Bob Aggiustatutt (detto “il Gran Capac”). E le cose migliorarono di colpo: così più nessuno pensò alla data della fine del mondo”.

 

Gli aztechi, invece, non amavano partecipare a queste dispute. Normalmente si aztenevano. La storia ricorda solamente un breve dialogo sul tema tra il pochteca (mercante viaggiatore) disoccupato Chimalpopoca, chiamato più familiarmente Chiacolmiztlinezahualcóyotl, e l’enohteca (sommelier avvinazzato, figura rara per un popolo di aztemi come gli aztechi) Huitzilopochtli, conosciuto da tutti col nomignolo di Huauchinangoquauhnahuac. Alla domanda di Chimalpopoca “Ma che cosa pensi della previsione Maya secondo cui il mondo finirà il 21 dicembre 2012?”, Huitzilopochtli, aztronomo azteco aztigmatico e aztruso, rispose secco: “La fine del mondo nel 2012? A me pare una gran Mayalata!”.

Comunque tutte le più grandi e antiche civiltà hanno elaborato la loro personalissima previsione sulla fine del mondo. Se i Macedoni, per esempio, erano convinti, già ai loro tempi, nel IV secolo a.C., che il mondo fosse alla frutta, gli Unni speravano invece che la fine del mondo toccasse agli Alltri (con due elle, ovviamente), mentre i Persiani hanno sempre nascosto (per pudore? per vergogna? per eccesso di pulizia?) le loro previsioni sotto i tappeti (o dietro le tapparelle).

Ad ogni buon conto, questa mania delle previsioni fosche ha mietuto almeno una vittima nella storia: il popolo dei Moschi. Vissuti nel periodo dell’età del ferro in Anatolia, erano molto insistenti (e le loro mogli, le Mosche, ancor più fastidiose) nel fare previsioni infauste sui loro nemici, finché un giorno furono invasi, presi a sportellate e sottomessi proprio da una popolazione con loro confinante, nota in tutta l’Asia minore per la colossale stazza, accompagnata da un’incredibile forza fisica: gli Armadi. Erano una tribù guerriera stanziale, non nomade. La loro caratteristica? Dopo ogni spedizione militare, al ritorno a casa erano soliti lavare, stirare, ripiegare e riporre con cura in appositi contenitori, chiamati cassetti, le loro tuniche da combattimento, le loro corazze e i loro elmi. Gli Armadi provenivano dall’Ichea Orientale e a guidarli nell’invasione della Moschia era stato il gigantesco Re Deltafors (Quattroante), che da allora passò alla storia come Raid, Il Grande Moschicida.

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