POETRY/ Tra domande e stranezze un film capace di raccontare il potere delle parole

Premiato al Festival del Cannes per la miglior sceneggiatura, è arrivato anche in Italia il film del regista coreano Lee Chang-dong. Ce ne parla MATTEO CONTIN

12.04.2011 - Matteo Contin
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Yun Jeong-hee e Lee Chang-dong premiati a Cannes (Foto Ansa)

Mi-ja ha sessantasei anni ed è troppo vecchia. Troppo vecchia per fare da badante a un anziano infermo, troppo vecchia per badare al nipote adolescente, troppo vecchia per iscriversi a un corso di poesia. Mi-ja, però, non ci crede troppo a questa storia della vecchiaia, e fa la badante, si occupa del nipote e, soprattutto, si iscrive a un corso di poesia. Mi-ja adesso ha un compito, quello di consegnare un componimento poetico prima della fine del corso. Con un taccuino e una matita, Mi-ja cercherà ispirazione nel mondo che la circonda: ma come riuscire a descriverne la bellezza e gli orrori?

Lultimo lavoro del regista coreano Lee Chang-dong, prima che un film sulla poesia e sul potere di un medium capace di filtrare la realtà, è il racconto di una donna. Una donna che sa anzitutto osservare e, di conseguenza, interrogarsi in maniera umile e mai arrogante sulla realtà. Mi-ja non ha paura a chiedere aiuto quando si trova in difficoltà, non ha paura a porre domande al suo insegnante di poesia e, di conseguenza, non ha nemmeno paura a interrogarsi sulla propria vita.

Mi-ja, però, non è un personaggio che entra subito nei cuori degli spettatori: la raffinatezza psicologica con cui Chang-dong dipinge la sua protagonista è il vero punto di forza del film, un personaggio in equilibrio tra le sue stranezze (il vestirsi in maniera sempre troppo elegante rispetto al luogo in cui vive) e il suo dover scendere a compromessi per sopravvivere e ridare un equilibrio al mondo che lei ha (indirettamente) inclinato.

È in questo istante che Poetry diventa un film sulla poesia, capace di raccontare in maniera delicata e dura l’ispirazione poetica e il potere delle parole, capaci per Mi-ja di essere al contempo microscopio e cannocchiale puntati sulla sua realtà. Dove il film compie qualche (leggerissimo) passo falso è in una narrazione che a tratti sarebbe potuta essere più asciutta, e in una rappresentazione ambientale a volte eccessivamente idilliaca. Il riscatto però avviene con un finale dove la poesia scritta da Mi-ja si trasforma in uno dei momenti cinematografici migliori di quest’anno, commuovente e doloroso, intensamente poetico.

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