NON LASCIARMI/ Una love story tra cloni per riflettere sulla vita e la scienza

- Maria Luisa Bellucci

Nelle sale italiane è arrivato il film con Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley tratto dal libro di Kazuo Ishiguro. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena del film Non lasciarmi
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Vorrei, nella mia vita, poter incontrare un amore come quello di Kathy e Tommy. Dolce nellaffetto, puro nellessenza, assoluto nelle intenzioni. Che non chiede altro in cambio se non il tempo per essere vissuto. Come un castello di sabbia spazzato via dal mare, il loro amore combatte il destino malinconico delle loro vite. Perché Kathy – una strepitosa Carey Mulligan -, Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley) non sono persone normali, bensì cloni creati per donare gli organi. Il che rende la loro esistenza tragica, sterile di fronte alle opportunità della vita, relegati come sono sullunico binario che la scienza ha scelto per loro.

In Non lasciarmi, tutto ha inizio ad Hailsham, nella campagna inglese – come ci racconta con un lungo flashback lormai ventottenne Kathy – dove lei e i suoi due amici vengono cresciuti da tutori severi nelle regole ed esigenti nello studio della letteratura, dellarte, della geografia. Totalmente ignari della vera vita e del mondo oltre la recinzione del collegio, i ragazzi di Hailsham non conoscono il loro destino. Miss Lucy a svelarglielo.

Una volta usciti da quel luogo di grigia perfezione, nessuno di loro sarà padrone della propria vita. Alcuni di essi inizieranno il ciclo di donazioni, che terminerà con il completamento – la morte – entro i trentanni di vita. Altri, come Kathy, potranno procrastinare questo momento diventando assistenti, ovvero accompagnando allultimo trapianto i donatori.

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Tutta la storia è pervasa da unatmosfera cupa, statica, alienante nella rassegnazione in cui Kathy, Tommy e Ruth sopravvivono. Non cè un secondo del film in cui non ci si chieda per quale motivo non scappino dallesistenza che qualcun altro – la scienza – ha scelto per loro. Verrebbe quasi da alzarsi e urlarlo, ma non ce la si fa, si resta inchiodati alla poltrona, consapevoli che quellurlo resterebbe sordo.

Questa domanda, che vive più come un’implorazione, risuona inquietante nel primo tempo, in cui il regista, attraverso le parole di Kathy, ripercorre gli anni dell’infanzia e adolescenza ad Hailsham. La malinconia e il grigiore di quei giorni entrano nello spettatore, che impara a condividere il senso di alienazione e rassegnazione dei tre ragazzi. Alienazione verso la propria vita e rassegnazione verso un’esistenza che non possono modificare. Perché è come se non avessero altra scelta, come se vivessero in un universo parallelo sterile e arido nelle prospettive future, ma non nei sentimenti.

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Forse è proprio per questo, per il rafforzarsi di sentimenti unici nel loro bisogno di essere vissuti, che la stessa domanda di prima – per quale motivo non scappino – diventa sempre più urgente e incessante nella seconda parte del film. Quando, trascorsi gli anni di Hailsham, la storia decolla insieme all’amicizia, già evidente, all’amore e alle gelosie che uniscono e dividono Kathy, Tommy e Ruth. E quando ormai ci si rende conto che il loro destino è ineluttabile, la domanda non è più “perché non scappate”, bensì “perché sta succedendo proprio a loro?”.

Kathy e Tommy, che si amano da sempre, ma si ritrovano solo quando il loro tempo sta per scadere, sabbia che scorre troppo rapida nelle clessidre della loro vita. Nelle loro mani che si stringono per non lasciarsi più, nei loro occhi che si incontrano e nei sorrisi malinconici e innamorati sta il senso del titolo del film. Nonostante il loro amore sia sterile perché, in quanto cloni, non possono procreare. Nonostante la loro vita una parvenza di senso ce l’abbia, quella di strappare alla morte altri esseri umani. Nonostante siano rapinati di quanto abbiano di più prezioso, il tempo. Nonostante tutto questo, l’eternità del loro amore sta in quel loro consapevole e complice ultimo sguardo.

Noi spettatori soffriamo con loro ed è crudele il regista nel chiederci di provare ancora più dolore vivendo la storia attraverso gli occhi di Kathy, che, della rassegnazione incarna il senso di consapevolezza, mentre Tommy la fragilità, l’incapacità di gestire la cattiveria del mondo e Ruth l’invidia, la necessità di rubare agli altri il sentimento che lei non riesce a provare.

Ci si chiede che razza di scienza sia quella che crea altri esseri umani con il solo scopo di usarli – uccidendoli – per salvare altre vite. Soprattutto nel mondo descritto dal regista Mark Romanek e da Kazuo Ishiguro nell’omonimo libro da cui il film è tratto, in cui gli uomini “reali”, quelli da cui sono stati estratti i cloni, sembrano privi di sentimento. Come se l’esistenza non viva più del cuore pulsante delle emozioni, ma sia ridotta ad un semplice scambio di organi.

Noi spettatori, però, stiamo dalla parte loro. Di Kathy, Tommy e Ruth. Come quella barca arenata che a un certo punto del film si staglia su di una spiaggia bianchissima. La stiamo a guardare all’infinito da quanto è meravigliosa nella sua rovinosa fragilità. Giace lì, silenziosa, ma, ad ascoltarla bene, sembra poterla sentire urlare di dolore.

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