THOR/ Il film di Branagh porta Shakespeare tra i fumetti per parlare di responsabilità

- Ilenia Provenzi

Nei cinema è arrivato il film ispirato al famoso fumetto della Marvel e diretto da Kenneth Branagh, già regista shakespeariano. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film Thor (Foto Ansa)

Kenneth Branagh e la Marvel rivisitano la mitologia norrena portando al cinema la storia di Thor, il signore del tuono e delle tempeste, con qualche tocco shakespeariano e uno scenario fantascientifico.

In effetti, il film è un adattamento dal celebre fumetto della Marvel Comics creato da Stan Lee, Larry Lieber e Jack Kirby, dove il muscoloso Thor (Chris Hemsworth) vola come Superman impugnando un martello e la città di Asgard assomiglia di più a Guerre Stellari che al Valhalla, il palazzo in cui si allenavano i guerrieri del mito.

A capo del regno degli dei cè il potentissimo Odino, naturalmente, ilcombattente per eccellenza. Nel mito originale governava le rune, lalfabeto sacro; nel film governa due rampolli problematici, il ribelle primogenito e il tormentato figlio adottivo Loki, tentando di mantenere la pace nelluniverso minacciato dai signori del ghiaccio.

Thor, lerede al trono, è un giovane sbruffone che non vede lora di dimostrare la propria forza e commette unazione avventata, scatenando una guerra inutile e dannosa. Deluso dal comportamento irresponsabile del suo erede, Odino lo bandisce dal regno e lo manda sulla Terra, privandolo dei suoi poteri.

Come nelle più classiche storie di formazione, Thor dovrà imparare due o tre cose sulla responsabilità e sullumiltà prima di dimostrarsi degno del trono e riuscire a estrarre il martello Mjolnir dalla pietra in cui si è conficcato (con evidente richiamo alla Spada nella roccia del ciclo arturiano).

Dura la vita per un dio antico catapultato sulla Terra, nel bel mezzo del deserto, in un New Mexico che conserva le atmosfere degli anni Cinquanta. Abituato ad avere tutto ciò che desidera, deve rassegnarsi a usare le buone maniere e ad accettare laiuto della graziosa astrofisica Jane Foster (Natalie Portman), se vuole trovare il modo di tornare su Asgard in tempo per sventare il diabolico piano del fratello, che tradisce il padre, si allea con i nemici e tenta di impossessarsi del potere.

L’eroe deve morire, sacrificarsi per gli altri, prima di risorgere e salvare il popolo, meritare la fiducia paterna ed essere in grado di governare un regno. Il vero leader è colui che rinuncia alla propria individualità per il bene comune (un concetto che serve sempre ripetere, anche in un cinecomics).

La mano di Branagh si vede eccome, nelle citazioni shakesperiane che definiscono la trama e i rapporti tra i personaggi. La lotta tra gli eredi, il rapporto complicato tra i figli e i genitori, il nemico nascosto in seno alla famiglia reale sono temi classici, ma indagati con la profondità che ci si aspetta dal regista dell’Amleto.

Sorprende il complesso personaggio di Loki, il figlio del nemico, adottato da Odino che però gli preclude il trono, scatenando la sua gelosia e il suo complesso di inferiorità. Piace il guardiano dall’armatura dorata, Heimdall, che obbedisce al suo re finché gli ordini sono giusti, ma si ribella di fronte all’abuso di potere.

È meno interessante, invece, la storia impossibile tra i due amanti divisi dal destino (anzi, in questo caso, dalla distanza tra i due universi), risolta in modo sbrigativo e senza una particolare intensità. A dire il vero, il film funziona meglio nella parte ambientata ad Asgard, nel maestoso palazzo reale, tra i superpoteri e gli effetti speciali che suggeriscono un universo epico degno del fantasy moderno. Spostato sulla Terra, Thor si trasforma in un muscoloso ragazzotto alle prese con un appetito da guerriero e con un gruppo di fisici che studia i fenomeni parascientifici (perché prima o poi la ragazza umana dovrà pure trovare un modo di ricongiungersi al suo innamorato celeste).

A metà strada tra la storia epica e il cinema commerciale, Thor non è un capolavoro. È un fumettone mitologico rivisitato in una chiave fantasy contemporanea, con tanto di 3D, ma in mano a Branagh riesce a salvarsi.

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