5 (CINQUE)/ Un film criminale dove la voglia di potere e denaro diventa “assurda”

- Emanuele Rauco

Arriva nei cinema il film diretto da Francesco Maria Domenidò appartenente al filone dei gangster-movie aperto da Romanzo Criminale. La recensione di EMANUELE RAUCO

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5 (Cinque), il film di Francesco Maria Dominedò
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Romanzo Criminale, il gangster-movie di Michele Placido, continua a fare proseliti: dopo Fatti della Banda della Magliana – film dalle ambizioni documentarie di Costantini -, lomonima serie tv e una serie di racconti e romanzi, Francesco Maria Dominedò (che del film di Costantini fu uno degli attori) continua a rimestare nei temi e nelle ambientazioni, per non dire nei toni, dellopera nata dalla penna di De Cataldo ed esordisce nel lungometraggio di finzione con un film che ne pare la versione dopata.

Il titolo (5 – Cinque) si riferisce principalmente al numero dei protagonisti:Gianni, Manolo, Emiliano, Fabrizio e Luigi. Personalità diverse che vogliono svoltare, come si dice a Roma, fare soldi e diventare potenti e per farlo rapiscono un affarista e lo derubano. Ma assieme ai soldi, la valigetta nasconde un segreto che fa gola a molti e che potrebbe metterli in grave pericolo.

Una storia tipica di crescita criminale quella scritta dal regista con Riccardo Papa e Valter DErrico (anche produttore e attore), ambientata al Quarticciolo e in tutta la periferia est di Roma che parte come Sleepers di Levinson, con la parte dei giovani in riformatorio, e prosegue tra omaggio e scimmiottamento fino a perdersi nelle secche del manierismo grottesco, che oltrepassa il ridicolo.

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Il film vorrebbe essere una sorta di Stand by Me dambientazione gangsteristica e, nel raccontare la formazione criminale ma a suo modo etica dei protagonisti, rappresenta una periferia credibile, che più che al degrado o alla coazione a ripetere, pare aver ceduto alla voglia di successo, di denaro, di bella vita contrapposta alla necessità di costruirsi unidentità che non sia solo personale, ma che abbracci una famiglia, i figli, la vita e le convenzioni sociali.

Il vero problema di Dominedò, però, oltre a non riuscire a costruire una parabola di questo tipo abdicando da subito al fascino del noir capitolino, è nella scelta di un tono disperatamente sopra le righe, che cresce sempre di più giocando di scellerato accumulo fino a uscire di senno nellultima mezzora: quando compaiono in scena i russi, i rumeni, la mafia e i servizi segreti pare di trovarsi in una parodia poco intelligente dello spionaggio à la Bond.

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La sceneggiatura fatica già dall’inizio coi dialoghi e la descrizione dei personaggi, ma poi esce completamente di senno, non sa più che pesci pigliare e gira a vuoto tra macchiette incredibili, scene fuori tono e sviluppi incomprensibili; ma i veri danni al film li fa la regia che provoca nausea nello spettatore a furia di far ondeggiare la macchina da presa, di giocare con pessimi zoom e di dare la sensazione di frenesia senza che nessuno si muova.

Una prova lampante di “passo più lungo della gamba” che non riesce nemmeno a regalare interpretazioni energiche: tra un ridicolo Matteo Branciamore e una flebile Giorgia Wurth (per tacere del cameo di Giada de Blanck), si salva solo Alessandro Borghi, il pesce fuor d’acqua del gruppo. Tutto il resto vive di stereotipi e cliché che nessuno ha voglia di smentire. Anzi, diventano l’unico pilastro di un film instabile.

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