SOLO PER VENDETTA/ Una sfida persa per un film sul grande tema della giustizia

- Maria Luisa Bellucci

La pellicola affronta il tema dello scontro tra la giustizia privata e quella pubblica, ma scade in una situazione assurda. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena di Solo per vendetta

In fondo sarebbe potuto essere quasi un buon film. Invece è poco meno che mediocre. E non è colpa dellidea, che, per quanto già sentita, è sempre dattualità. La lotta tra la vendetta o giustizia personale – e la giustizia quella ufficiale lascia sempre molti cadaveri e altrettanti interrogativi. Quello che meno convince è altro. La storia, per esempio, che scivola in una pozzanghera di semi assurdità lasciandoci straniti dopo nemmeno mezzora di film. Tempo, trascorso il quale, si pensa che sia tutto finito. E invece no, purtroppo. Perché lincubo di Will (Nicolas Cage) e Laura (January Jones), la cui vita matrimoniale sembra un idillio, continua, seppur su due binari differenti.

Laura, vittima di un maniaco appena uscito di galera, deve imparare ad abbattere il muro di sfiducia e di terrore che la insegue da quella sera in cui tutto è cambiato. Will, che da quando ha visto la moglie ridotta in fin di vita in quel letto dospedale, si sente impotente di fronte a se stesso e alla fragilità di Laura. Un istante di disorientamento e debolezza e nella vita di Will si insinuano Simon e lorganizzazione cui è a capo. Semplici cittadini, come li chiama lui, che vogliono solamente che giustizia sia fatta.

così, tra mille titubanze sciolte dalla visione del volto tumefatto di Laura, che Will si lascia attirare dal desiderio che lo stupratore della moglie sia eliminato. Niente in cambio. Un colpo e il cattivo di turno è ucciso. Se non fosse per quei piccoli favori che Simon chiede, anzi, pretende. Un attimo e Will si trova costretto a far parte dellorganizzazione, nata con lobiettivo di assicurare alla giustizia eterna stupratori e assassini ed evoluta in una macchina del terrore. Per molti. Per tutti quelli che secondo Simon non sono degni di stare a questo mondo e per coloro che ricevono il favore. Perché una volta che giustizia è stata fatta, non ci si può sottrarre al dovere di aiutare unaltra vittima. E se qualcuno, come Will, non volesse essere una pedina nelle mani di Simon? La vita o la morte. E forse è meglio iniziare a scappare.

Per questo il film risulta vagamente interessante. Perché in fondo ci costringe a chiederci non solo se sia meglio la giustizia personale o quella ufficiale. Ma ci obbliga a constatare i limiti pratici del fai da te. Si rischia, cioè, di entrare in un turbine mentale di onnipotenza da cui è impossibile uscire. Povero Simon. E povero spettatore, che si trova ingarbugliato in una storia a spirale in cui nemmeno Nicolas Cage si raccapezza più.

Soffre, accetta aiuto, si rifiuta di prendere parte all’organizzazione, fugge. Osservato, inseguito, braccato. Prima da uno, poi da due, poi anche dalla polizia. E intanto gira in tondo come una trottola, perso tra i testi della letteratura che insegna ai suoi ragazzi. Mentre Laura, che la batosta l’ha presa sul serio, in maniera molto più pratica e meno idealista di Will si è munita di una pistola. Vera. Perché forse, alla fine, se il crimine è più forte di te, almeno puoi provare a batterti per sconfiggerlo. Parlando la stessa lingua.
E così, mentre i criminali feriscono, in città nascono organizzazioni di giustizia fai da te come fossero funghi. Gli infiltrati sono ovunque, anche nella stessa polizia. Alla fine i cattivi muoiono, ma resta nell’aria una sensazione di tensione violenta. Latente e dolorosa. Siamo tutti vittime e carnefici. In fuga o all’inseguimento. Da cui nemmeno Nicolas Cage si salva, fermo, nel suo exploit cinematografico, a miliardi di anni fa.

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