COGAN/ Brad Pitt e mafia per riempire lo schermo di ironia

- Maria Luisa Bellucci

Andrew Dominik ha adattato per il grande il romanzo di George V. Higgins uscito negli anni 70. Sarà riuscito, si chiede MARIA LUISA BELLUCCI, a preservarne la profonda ironia?

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Una scena del film

Meno male che c’è Cogan (Brad Pitt). Altrimenti anche la criminalità organizzata, anzi, la mafia,  rischierebbe il collasso. Garantito. Perchè basta che due delinquenti qualunque – residui dei bassifondi della società, luridi e imbranati, ma convinti di essere il nuovo asso della manica di tutti quelli che cercano di scardinare il potere mafioso – siano ingaggiati, che l’economia alternativa traballa. Quella, appunto, della mafia. L’occasione è una partita di poker – ovviamente clandestina – durante la quale i due sfortunati fanno irruzione muniti di passamontagna e pistole tremanti. Raccolgono il bottino e se ne vanno. Tanto la colpa – così gli hanno detto – ricadrà sul gestore della bisca.

Il regista Andrew Dominik (L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford) adatta per il grande schermo Cogan, romanzo edito negli anni ’70 e uscito dalla penna di George V. Higgins, che nella sua vita, oltre a scrivere, per molti anni era stato procuratore distrettuale a Boston. Tolta l’ambientazione, che nel film compie un trentennale salto in avanti, legata com’è allattualità targata Obama, il regista cerca di riversare su pellicola lo stesso impianto ironico del romanzo. Sia nella storia che nel tono e nei personaggi.

Non sappiamo se ci sia riuscito. O meglio, l’aspetto che maggiormente salta all’occhio dello spettatore è la marcata ironia che scivola fra i dialoghi e su cui sono modellati i personaggi. Immersi e sommersi come sono dalla polverosa e umida sporcizia che incrosta sia i più biechi bassifondi che il livello un po’ più organizzato della traballante mafia locale.

questo il punto. All’interno di un ordine sociale ed economico pressoché stabilito e riconosciuto – per quanto criminale – interviene un piccolo e stupido elemento di disturbo (i due poveracci mandati allo sbaraglio nel mezzo della bisca) che minaccia di crepare l’equilibrio mafioso. a questo punto che interviene Cogan. Chiamato con urgenza per ristabilire l’ordine incrinato. Statuario nella sua divisa da sicario professionista, tutto d’un pezzo ed equilibrato, con calma e serenità Cogan rimette insieme i tasselli dell’incantesimo spezzato.

Uccide, ovviamente. Lo fa da lontano e con distacco, spiega, perchè ogni volta che si uccide qualcuno da vicino, la vittima inizia a piagnucolare e a implorare pietà. Ecco, questo lui non può proprio sopportarlo. 

Il Pitt sicario è certamente il personaggio che maggiormente incarna il senso di non troppo velata ironia che il regista usa nel film. Si inseriscono in questa direzione anche i frammenti di discorsi di Obama, che stridono e fanno sorridere se ascoltati, come succede, come sottofondo ai regolamenti di conti tra mafia e piccola criminalità. Come a dire – il regista lo dichiara apertamente – che c’è una somiglianza tra l’unione civile e quella criminale. Entrambe possono cadere vittima della crisi economica.

Dominik, così, strizza l’occhio alla vicina contemporaneità americana, messa alle strette dalle nuove regole del dio denaro. Dove confusione, bramosia di soldi e potere creano una massa informe di situazioni da cui è difficile uscire. Mentre, però, nella finzione Cogan è legittimato a riportare ordine con le cattive maniere, nella società ufficiale la situazione è molto più complicata.

Ironia, dunque. Nella storia, nel tono, nei personaggi e nei dialoghi. Il cui modello riprende certamente quello del romanzo di Higgins. Parole, qui, che riempiono lo schermo, ma che forse non si accompagnano sempre a un’azione ugualmente forte e incisiva.

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