VIAGGIO IN PARADISO/ Mel Gibson in un B-Movie dai “sapori forti”

- Emanuele Rauco

Un mix di generi con complicazioni eccessive e un climax finale fuori contesto che toglie sapore a un miscuglio tex e mex non disonesto: EMANUELE RAUCO recensisce Viaggio in Paradiso

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Una scena del film

B-Movie non significa cinema di serie B come si pensa ma cinema di seconda fascia in senso produttivo. Il che a volte lo è anche in quello qualitativo, ma non sempre. Tra i suoi meriti, oltre quello di offrire intrattenimento senza fronzoli e solidità all’industria, anche quello di fungere da buen retiro a divi in flessione, quando non dimenticati. Un esempio lo abbiamo in Viaggio in paradiso, esordio alla regia di Adrian Grunberg che vede come protagonista e produttore Mel Gibson, non proprio fortunato dopo le disavventure giudiziarie e i flop cinematografici.

Il protagonista di Arma letale è un rapinatore che beccato oltre la frontiera del Messico viene richiuso a El pueblito, una sorta di distretto penitenziario che è più simile all’inferno che a un carcere. Qui dovrà cercare di salvarsi, ma anche cercare di evadere rientrando in possesso del proprio denaro: assieme a lui, un bambino di 10 anni che vive lì accanto alla madre e al boss del luogo, a cui il padre morto ha donato il fegato.

Scritto dal regista con Gibson e Perskie Stacy, Viaggio in paradiso è un dramma carcerario d’azione  che sembra uscito da una versione putrida di 1997 Fuga da New York di Carpenter (l’idea di una città-carcere), un thriller che mescola registri e toni con estrema disinvoltura passando dal prison-movie al melodramma familiare, senza dimenticarsi tocchi inusuali da commedia e che pare aver affrontato più di un problema produttivo se è vero che circola col titolo originale di How I Spent My Summer Vacation (come ho trascorso le mie vacanze estive) quando è stato venduto con un altro titolo, Get the Gringo (cattura il gringo).

Ovviamente questa sovrabbondanza di generi e riferimenti è l’esatto opposto di quello che è stato il B-Movie nei suoi anni d’oro e va a strizzare l’occhio all’estetica postmoderna in cui tutto e il suo contrario si possono frullare senza alcuna remora: così, l’ambiente marcio e sudato che pare uscito dal Peckinpah di Voglio la testa di Garcia cerca di sposarsi col quadretto familiare da ricomporre, il gusto per la tortura tipico del cinema di Gibson tenta il mix con l’ironia cinefila (il protagonista imita Clint Eastwood al telefono per una truffa), l’estetica realista dell’ultimo posto al mondo fa a pugni con i vezzi tecnologici delle scene d’azione.

Purtroppo la sceneggiatura non riesce a supportare il calderone di Grunberg, la trama non sembra trovare in Gibson l’uomo giusto per scrittura e interpretazione, le complicazioni sono eccessive e il climax finale del tutto fuori contesto toglie sapore a un miscuglio tex e mex che può risultare indigesto ma non disonesto, svelto come una regia capace di mettere più di una falla alle incertezze dello script.

Anche perché, se è vero che il B-Movie è fatto di luoghi e facce dure, di violenza e colpi di scena, Viaggio in paradiso non delude le aspettative con il suo cumulo di caratteristi sporchi e cattivi dai nomi e visi intercambiabili ma dall’efficacia consolidata. La qualità e la bellezza saranno anche cose diverse e qualità e talento non sono di casa: ma se si vuole il divertimento dai sapori forti si può trovare qui, come se il film fosse una bettola ai confini col Messico. Solo per stomaci cinefili forti.

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