SFOOTING/ Canzoni destate: meno tormentoni, più strofe devasione

- Comic Astri

Belle le estati di una volta: li ricordate i tormentoni estivi, quei motivetti che la radio trasmetteva senza soluzione di continuità? I COMICASTRI passano in rassegna i più memorabili

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Non ci sono più le estati di una volta: piccole certezze che aiutavano a vivere meglio. Il rito collettivo delle vacanze, ad esempio. Tutti in coda sullautostrada, con la suocera a mugugnare sulla lunghezza del viaggio da Milano a Gallipoli, sulla levetta che chiude il gas, forse lasciata aperta, azzardando, lì per lì, quando si è già abbondantemente superata la barriera di Melegnano, un homecoming. Bei tempi: adesso la partenza intelligente ha tolto fascino ai trasferimenti verso le nostre agognate mete, ed anche la vecchina (da intendersi come la madre di quellangelo del focolare a cui avete, in un tempo immemorabile, posto un semplice anellino doro allanulare, senza pensare che non se lo sarebbe tolto più, lei, con conseguenze inimmaginabili per la vostra vita) ha imparato a smanettare con gli mp3 e gli ipad.

Già, belle le estati di una volta: ma ve li ricordate i tormentoni estivi, quei simpatici e orecchiabili motivetti che, sotto un cielo stellato invece che prima della pennica pomeridiana, in spiaggia come al supermercato, la radio trasmetteva senza soluzione di continuità? Vamos a la playa, oh oh-oh-oh-oh (I Righeira, 1983. Arrivavano a inizio giugno, immancabili come un venditore di cocco a Milano Marittima, indossavano vestiti farlocchi, capelli arruffati e dal colore improbabile; a volte resistevano fino a metà ottobre, stagione in cui la Juve già si godeva il primato in classifica, complice qualche arbitro buontempone dal rigore facile e farlocco almeno quanto le mise di cui sopra); Aserejè ja de jè de jebe tu de jebere sebiunouva majabi an de bugui an de buididipi (2002, misterioso motivetto di altrettanto misteriose ragazze, tali Las Ketchup, scomparse come un piatto di patatine fritte su una tavola di adolescenti: ma in che lingua parlavano?);

Hanno ucciso lUomo Ragno, chi sia stato non si sa/ forse quelli della mala forse la pubblicità (1992: Max Pezzali si faceva chiamare ancora 883; cantava, sguardo rassicurante da benzinaio che ti carica i punti sulla tessera fedeltà, simpatico, un po piacione, affidabile; accanto a lui un tizio, faccino efebico, capello lungo trattato rigorosamente col balsamo, dimenantesi forsennatamente a ritmo di musica. Ma senza aprire bocca! Si narra che la sigla 883 sia nata da una specie di proporzione inerente al valore dei due: per capirci, se Max valeva 88, quellaltro valeva 3. Un po come al fantacalcio).

Bei tempi, già! Oggi la catarsi è compiuta. Sarà per colpa dello spread, sarà che la Banca Centrale Europea non ha mai garantito l’affidamento di una Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, tanto per fare un esempio: rassicurante già nel nome, a tal punto che la dicitura provincie, scritta con la “ì”, diventava un brand, ma che se lo scrivevi a scuola la prof te la segnava come erroraccio; sarà che, stante l’attuale situazione, di dischi se ne vendono sempre meno, vero è che, sfogliando la superclassifica dei dischi più venduti in queste settimane, escludendo qualche scontata compilation, di tormentoni nemmeno l’ombra: si viaggia sull’impegno.

I cantanti sono storicamente sensibili a tutte quelle cause, gravi e importanti che richiedono impegno: scompaiono gli orsi marsicani sulla Maiella? E vai con una bella canzone (del tipo “Orsù, Bruno, torna!”) il cui ricavato andrà a favore dei caimani nani di Cuvier, dipinti sempre come cattivissimi predatori, in realtà pezzi di pane di animali, solo che loro non lo sanno. E gli orsi marsicani? Troveranno spazio alla prossima occasione. L’inquinamento ed il buco dell’ozono pongono pesanti problemi al ciclo mestruale delle formiche rosse dello Yucatan?

Cosa c’è di meglio di un bel concerto, del tipo “Amiche donne per le amiche formiche”, dove sensibilizzare l’universo mondo nei confronti di una situazione divenuta oramai insostenibile, soprattutto per i compagni delle formiche (compagni? Vuoi vedere che essendo rosse, si tratta di comunisti?). Ed ancora: l’Artocarpus Altilis, meglio conosciuto come albero del pane, rischia l’estinzione a causa delle formiche rosse dello Yucatan, giunte a nuoto in Malesia, perché ghiottissime divoratrici delle sue foglie.

Meno male che l’iniziativa “Pane per l’albero e per le formiche” a cura delle A-michette dello Yucatan e della Malesia (amichette, e non amiche, perchè la “michetta” è il classico panino milanese…) metterà pace tra il mondo animale e vegetale. Canzoni, ecologismo e solidarietà. Quest’anno la musica, è proprio il caso di dirlo, è cambiata. Complice il caldo torrido, con la corresponsabilità di una parte della magistratura, che profonde impegno e indagini a tutto campo per scovare ladri, farabutti, assassini, delinquenti di ogni ordine e grado, tant’è che persino i politici non si sentono più al sicuro, sarà forse la paura subentrante (da parte dei cantanti) di un 740 troppo leggero rispetto alle tasche gonfie dei medesimi, sta di fatto che il problema delle carceri si è ritrovato catapultato al centro di molti testi, scritti su melodie più o meno rockettare.

Qualche esempio. Sarò libera di Emma Marrone denuncia il sovraffollamento delle prigioni senza mezze parole (“e mentre scendono le lacrime…/mi manca l’aria se tu non sei qui”), che può arrivare a far compiere gesti estremi (“… e poi baciarti ogni notte proprio come le zanzare…”). Alessandra Amoroso non si lascia prendere dallo scoramento (“… non saprei cosa fare/ se dovessi iniziare…”), ma propone, già nel titolo dell’album, “Cinque passi in più”, una soluzione tampone sulla grandezza delle celle, in attesa di una auspicabile riforma del sistema carcerario italiano. Il sarcasmo di Caparezza, come al solito, è pungente e dissacrante; il suo ultimo lavoro, Esecuzione pubblica, parla provocatoriamente addirittura di ghigliottina (“Cara liberté/ mi sa che qui per te non c’è più posto!”).

Adele in 21 (titolo del cd oppure anni di prigione che ha preso il suo bassista?), è più intimista e riflessiva (“…I often think about where I went wrong/The more I do, the less I know” cioè ”…penso spesso a dove ho sbagliato/più lo faccio e meno ne so…”), ma non si fa pregare e, per quanto attiene allo sbandierato problema del sovraffollamento, non può che convenire che le difficolta sono reali e drammatiche (“… i gave you the space so you could breathe/ I kept my distance so you would be free…” “…ti ho dato spazio affinché potessi respirare/mi sono mantenuta distante affinché potessi essere libero…”).

La pena e la colpa, l’espiazione ed il perdono, la consapevolezza degli errori commessi. Giorgia ne parla esplicitamente in Dietro le apparenze: “…parlerò di me, racconterò i miei peccati che non mi perdòno/intanto perdo me, voglio sopravvivere/ e ora so che non mi importa di ricominciare/perché so quello che voglio per me…”. Il carcere come strumento di redenzione significa forse separare i delinquenti incalliti da quelli, per così dire, occasionali. Emis Killa ne è ben conscio, e non lo manda cero a dire: “…l’erba cattiva non muore mai quant’è vero/ i cattivi in cima e i buoni al cimitero/ io ancora vivo e non so/ se sono buono o cattivo…” (da L’erba cattiva).

Le parole più toccanti, che diventano poesia da accendino acceso nel buio di uno stadio, le regala Biagio Antonacci in Qui, dedicata a tutti gli ergastolani italiani: “…qui questo posto è il posto dove cambipagina/qui se ti svegli spento ti addormentilibero…/… qui se ti capitapuoi sentire il dolce gemito degliangeli/qui è casa è casa…/ vieni a trovarmi/… non portare doni perché qui c’è pocospazio/entra con te stessa e lascia fuorii troppi onori/… qui è casa casa casa”). Allora, ci vien da dire, grazie cantanti che siete passati dalla canzoni tormentone alla canzoni… d’evasione!

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