DETACHMENT/ Tra scuola e vita la scelta di un “supplente” da Oscar

- Maria Luisa Bellucci

Il film di Tony Kaye, che ha come protagonista Adrien Brody, racconta una storia capace di stupire e commuovere. Ce ne parla MARIA LUISA BELLUCCI con la sua recensione

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Una scena del film Detachment

Stupisce e commuove Detachment. Attraverso una forza espressiva che coinvolge la storia e il modo in cui viene messa in scena, si tratti della regia o della fotografia. Soprattutto, però, questo film rapisce per la violenta profondità dei personaggi. Di tutti, certamente, ma in particolare di uno. Quello di Henry Barthes, cuore pulsante del film e a cui presta il volto Adrien Brody, capace di interpretare con dolorosa autenticità una vicenda di per sé bruciante.

Insegnante di letteratura, Henry è supplente di professione e viene assunto per un mese in una scuola superiore ai limiti della decadenza. Dove i ragazzi sono irrecuperabili e a lui, così gli intima la Preside, spetta il compito di farli andare avanti. Che sia diverso dagli altri professori è evidente dal primo approccio che ha con i suoi studenti e dal messaggio che intende comunicare loro. Per aiutarli non tanto a sopravvivere, quanto a imparare a vivere.

Li tratta alla pari, facendo capire loro che non ha importanza che restino in classe. Lessenziale è che siano sempre consapevoli delle scelte che fanno. Li spiazza e se ne guadagna, seppur lentamente, il rispetto. Perché vuole scuoterli. Non al modo del professor John Keating (Robin Williams) de Lattimo fuggente. Che tentava di nutrire le anime dei suoi giovani e benestanti studenti attraverso la magia della letteratura. No. Qui è diverso. Herny tenta di salvarli dal declino che già avvolge le loro vite. Dicendo loro che lunico modo per non lasciarsi schiacciare è alimentare idee personali per mantenere intatta la propria capacità di giudizio rispetto agli impulsi e alle verità che la società ci impone. E aiutando i ragazzi che chiedono, seppur in silenzio, il suo aiuto.

Ci si potrebbe fermare qui e procedere nel raccontare il livello di lettura più superficiale di Detachment. Quello per cui molti critici sottolineano che questo è un film che denuncia le carenze del sistema educativo americano. Vero. sicuramente largomento della storia. Lorganizzazione scolastica americana sembra appesantita dalla violenza e dalla forza di una società prepotente e ai confini della sopravvivenza. Per cui sì, in questi luoghi ai margini del mondo, lapparato educativo non riesce a colmare i vuoti prodotti in queste giovani vite da una società imponente e vacua.

difficile dirne le ragioni. Forse perché in alcuni insegnanti è mancata la vocazione. O forse perché non hanno mezzi adeguati. O, cosa ancor più grave, perché sono demotivati. Si sono adeguati alle circostanze e hanno smesso di lottare. Ciascuno di loro facendo i conti con se stesso, con il proprio mestiere e con linsuccesso raccolto, affrontato da alcuni con ironia, da altri con rassegnazione, da altri ancora con sofferenza.

Poi, però, arriva Henry. Personaggio ricco di sfaccettature ed estremamente complesso. Allo stesso tempo meraviglioso e commovente. A partire da quel “distacco” di cui parla il titolo che Tony Kaye, al suo secondo lungometraggio dopo American History X (1998), sceglie per la sua storia. È un modo di essere, il suo modo di essere. Di porsi nei confronti della vita e della professione che ha scelto. E che, con un intento decisamente programmatico, lo stesso Henry dichiara nella prima scena del film citando un passo da “Lo straniero” di Camus.

Distacco che nasce da un passato doloroso e verso cui non può più nulla. Se non cercare di sopravvivere nell’affrontare le difficili circostanze della sua esistenza presente e di quella di chi lo circonda. Rispetto a cui sembra abbia davvero raggiunto la distanza necessaria a non soccombere. Strano, perché Henry non è indifferente al dolore degli altri. Alla violenza provocata – verso cui reagisce con determinazione – o subita, alle circostanze in bilico tra la deriva e la salvezza. In altri termini, se ne assume la responsabilità. Il peso. Si tratti di suo nonno, che cura dalla malattia e “assolve”. Di Erica, che sottrae a una vita violenta. O di Meredith, a cui mostra il valore e le qualità che, se solo lei vorrà, potrà usare per iniziare a volare.

Apre, ovvero, la porta alla speranza di una vita diversa, diventando un punto di riferimento, la leva su cui poggiarsi per dare vita al cambiamento. È a questo punto che il distacco si fa prepotente. Al punto da farlo tirare indietro, come se sentisse di aver svolto il suo compito e fosse arrivato il momento di lasciare agli altri la responsabilità di andare avanti con le proprie forze.

Henry fa il supplente. Non solo di professione, ma anche nella vita. Riempie un vuoto, ma solo temporaneamente, dando il massimo di sé in quello spazio limitato. È questo il suo problema. Sente il dolore degli altri, lo affronta, se ne fa in parte carico, ma la legge della sopravvivenza gli impone di andarsene. Prima o poi. Crede, così, di difendersi. Ma gli sfugge che per guarire dal suo personale malessere deve abbassare le difese e andare fino in fondo. Perché c’è chi ha bisogno di lui e chi, come Meredith, ha uno sguardo trasparente che ne coglie la tristezza e infelicità. Ha un’occasione per riscattarsi. Per capire che può usare il suo dono per “salvare” chi gli sta accanto perché, se vorrà, non sarà più solo, ora.

È un film, questo, da Oscar. Per la sceneggiatura. Per la regia, visibilmente presente nei movimenti di macchina a mano, con cui regala alla storia un’intensità realistica. Per la fotografia, in bilico tra il freddo distacco di Henry e la sua partecipazione agli eventi della vita. Per Adrien Brody, già premio Oscar per Il Pianista, qui al massimo della sua intensità.

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