LE ULTIME 56 ORE/ Il film sulla Sindrome dei Balcani con Gianmarco Tognazzi

- La Redazione

Le ultime 56 ore è un film di Claudio Fragrasso che vede la partecipazione, su tutti, di Gianmarco Tognazzi, Barabara Bobulova e Luca Lionello. Vediamo la trama

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Una scena del film

Le ultime 56 ore è una pellicola italiana del 2010, diretta dal regista romano Claudio Fragasso: Iris la trasmetterà in prima tv assoluta questa sera, domenica 17 novembre 2013, in prima serata alle ore 21.10. Il film, della durata complessiva di 107 minuti, è stato realizzato in circa otto settimane. La maggior parte delle scene sono state girate a Catania (dove effettivamente si svolge la vicenda); le scene interne all’ospedale sono state invece riprese nel nosocomio di Lentini, mentre la scena iniziale della rapina è stata girata a Guidonia. Il film parla della cosiddetta Sindrome dei Balcani, ovvero la lunga serie di malattie che hanno colpito una non trascurabile parte di soldati italiani impegnati in missioni nella zona della ex Jugoslavia dovute al contatto con pallottole all’uranio impoverito. La pellicola ha ricevuto il sostegno economico del Ministero per le Attività Culturali e il patrocinio del Ministero della Difesa italiani.

La vicenda narrata nel film inizia nel 1999. Una pattuglia di soldati italiani, guidata dal colonnello Gabriele Moresco (Gianmarco Tognazzi), viene sorpresa da alcuni miliziani serbi. Durante il combattimento, uno dei soldati, amico intimo di Moresco, viene gravemente ferito. Nonostante questi riesca a salvarsi e a venire rimpatriato in Italia, contrae una gravissima forma di leucemia, imputabile all’uso di armi all’uranio impoverito. Cinque anni dopo, a Catania, il soldato è ormai in fin di vita. Il colonnello Moresco, giunto al capezzale del commilitone, assiste impotente alla sua agonia. La dottoressa Sara Ferri (Barbara Bobulova), moglie del soldato malato, decide di porre fine alle sue sofferenze e, dopo un lungo travaglio interiore, gli pratica l’eutanasia. La dottoressa Ferri, in lacrime per la morte del marito, supplica il colonnello Moresco di mettersi in contatto con lo stato maggiore dell’esercito italiano per mettere in luce la problematica dell’uso di uranio impoverito nel conflitto del Kosovo. Il colonnello Moresco, nonostante si siano riscontrati numerosi casi analoghi a quelli del suo compagno d’armi, si trova ad affrontare un’omertà generalizzata. Nessuno nell’esercito, nonostante l’evidenza, ammette l’uso di armi all’uranio impoverito nei conflitti balcanici.

Moresco, in preda alla rabbia per la totale indifferenza da parte dello stato maggiore dell’esercito, giunge a pianificare un’azione estrema. Dopo aver contattato altri dodici antichi compagni d’arme, reduci del Kosovo, decide di occupare l’ospedale dove lavora la dottoressa Sara Ferri, prendendo in ostaggio medici e pazienti. Il colonnello Gabriele Moresco minaccia di uccidere tutti gli ostaggi nel caso che lo stato maggiore dell’esercito italiano non riconosca l’uso di armi all’uranio impoverito nei conflitti balcanici e la relazione di questa pratica con le malattie tumorali provocate in molti reduci. L’ultimatum posto dal colonnello Moresco scadrà in sole 56 ore. L’ospedale viene immediatamente circondato dalle forze dell’ordine. Il compito di negoziare con i soldati viene assegnato al commissario Paolo Manfredi (Luca Lionello).

Manfredi è un personaggio anomalo, poco incline alle ferree regole della polizia, ottimo negoziatore ma con notevoli problemi sul piano privato.  La vita privata di Manfredi è estremamente instabile: l’uomo, spesso assente, ha un rapporto deteriorato sia con la moglie Isabella (Simona Borioni), sia con la figlia adolescente Valentina (Nicole Murgia). Per uno strano caso della sorte, tra gli ostaggi del colonnello Gabriele Moresco si trovano anche Isabella, che ha scoperto di doversi sottoporre al più presto ad un difficile trapianto di midollo osseo, e Valentina. L’ispettore Manfredi avrà quindi una ragione in più per porre fine al piano del colonnello Moresco e salvare gli ostaggi dalla pericolosissima situazione che si è venuta a creare all’interno del nosocomio catanese.

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