THE SESSIONS/ Dalla storia vera di Mark OBrien un film che non lascia paralizzato il cuore

- Claudia Cabrini

Il film di Ben Lewin racconta la storia di un giornalista disabile morto nel 1999, interpretato magistralmente da John Hawkes. La recensione di CLAUDIA CABRINI

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Una scena del film

in Berkley, California, anni 80, che la cronaca della vita paraplegica di un giornalista americano inizia a essere da lui stesso raccontata, in un articolo di giornale intitolato On seeing a sex surrogate. Pezzo al quale si è ispirato anche Ben Lewin, regista e sceneggiatore del nuovo film The Sessions – Gli appuntamenti, che, con precisione e semplicità, racconta chi fosse Mark OBrien, 38enne malato di poliomelite. E qui entra in scena lui, John Hawkes, lattore che tutto fa e riesce a fare, rendendo questo film eccezionale anche e soprattutto per la sua impressionante capacità di immedesimarsi in chi interpreta, che lo rende, agli occhi dello spettatore, non un attore di successo, ma, al contrario, esattamente quello stesso personaggio e quello stesso paraplegico sul quale, in questo caso, tutta la narrazione è incentrata.

Mark OBrien, dunque, è John Hawkes in questi 95 minuti di pellicola, così come John Hawkes è Mark OBrien per tutta la durata del film. Una recitazione tanto reale quanto sconvolgente che, in un modo o nellaltro, impressiona, blocca e immobilizza, così come per tutta la vita, immobile è rimasto anche Mark. Paralizzato col corpo, ma non con la mente, laureato e di successo, con la fantasia in continua evoluzione, riesce a immaginarsi bambino, correre sulla spiaggia sfiorando, con la punta delle dita, lacqua gelida delloceano. Ma Mark, non vuole paralizzato nemmeno il corpo. Racconta, infatti, di voler risvegliare il suo corpo, facendolo rispondere nel modo più opportuno agli stimoli sessuali che incontra, dicendo ufficialmente addio alletà della fanciullezza, la più comunemente detta verginità, che ancora lo caratterizza.

Grazie a una seduta di sei incontri terapeutici con la bellissima sessuologa Cheryl, alias Helen Hunt – alla quale va un degno applauso per la semplicità e leleganza con la quale riesce a impersonare la sua parte, senza però toglierle sensibilità o purezza -, gli approcci al rapporto di coppia si faranno sempre più intensi, sino ad arrivare a una completa fusione di corpi, anime, e sentimenti. Divertente e umana anche la figura dellamico prete, un maturo William H. Macy, padre Brendan, uomo di Dio devoto e altresì sensibile, aperto allascolto e alla comprensione delle vere necessità e dei più cari desideri del suo parrocchiano disabile.

Una sceneggiatura semplice e, talvolta, un poco lenta, forse addirittura noiosa. Ma, probabilmente, voluta, e cercata dallo stesso regista Lewin – a sua volta affetto da poliomelite -, che realizza un film dettagliato e tecnico, che in pieno rispecchia linterpretazione cinematografica di un articolo, senza troppe emozioni o sentimentalismi, classico giornalismo ma sul grande schermo, non un documentario ma comunque un racconto, senza troppi colori, con pochissima ironia, semplice e reale.

Un film che sconvolge, perché chiarifica come la non-presenza di Mark O’Brien – ragazzo invisibile poiché da troppi considerato insignificante -, sia, in realtà, una presenza sempre e comunque troppo notata, zeppa di pregiudizi e di sguardi critici, a causa della sua disabilità che, The Sessionsce lo racconta, non è comunque – mai – ostacolo all’amore. Non solo quell’amore prettamente fisico, ma anche e soprattutto quello vero, quello sentito, quello per il quale “dai la vita all’altro, sacrificando la tua, se necessario” non come fatica, ma come dono. Così come accaduto a Mark e alle tre donne che, una dopo l’altra, l’hanno accompagnato durante parte del suo cammino, tutte e tre tanto innamorate di lui, quanto sensibili e umane nei suoi confronti, eleganti e a lui affezionate veramente.

Un film, insomma, dalla regia e sceneggiatura che coincidono, ma che solo se guardato e capito, non come spettatore distratto ma come osservatore attento, riesce davvero a commuovere, colpendo al cuore. Perché Mark O’Brian, in fondo, era più vivo di tanti normali, di tanti che tutto sono tranne che paraplegici, ma che il cuore ce l’hanno forse troppo paralizzato, e magari anche senza via di ritorno.

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