IL LATO POSITIVO/ Jennifer Lawrence in un film contro la perfezione che “smonta” la vita

- Maria Luisa Bellucci

Il film di David Russell merita di essere visto non solo per linterpretazione di Jennifer Lawrence, vincitrice dellOscar. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Jennifer Lawrence e Bradley Cooper in Il lato positivo

Non cè un lato positivo nella follia. Che sia un lieve disturbo o una grave disfunzione. Non cè un lato positivo perché è difficile essere pazzi in un mondo che gongola nella sua presunta normalità. Le medicine stordiscono, rallentando la percezione del mondo. Si finisce che non ci si ricorda nemmeno più da che parte si sta andando. No, in questa follia, quella superficialmente riconosciuta dai più attraverso i luoghi comuni, non cè alcun lato positivo.

Diverso è per Pat (Badley Cooper) e Tiffany (Jennifer Lawrence). Anche se allinizio il loro scontro con il mondo è duro e spietato. Pat, insegnante di Storia in un liceo, è appena uscito da un ospedale psichiatrico. Di fronte al tradimento della moglie la sua già fragile emotività non aveva retto e si era trasformata in un impeto di violenza. Disturbo bipolare e qualche mese di internamento. Con ununica convinzione. Che il suo matrimonio, nonostante lingiunzione del giudice, sarebbe ripartito alla grande. Perché Nikki, la moglie, è unossessione. bella e perfetta come il loro amore. Almeno così Pat crede.

Poi cè Tiffany. Bella e dark anche nellanimo. Soprattutto perché così giovane è vedova di un marito poliziotto, morto in un banale incidente sul ciglio della strada. Fatalità. Che Tiffany paga cara. quasi una drogata del sesso e questo non va bene. Non piace. Per cui pillole anche per lei.

Oltre al fatto che Jennifer Lawrence ha vinto lOscar come Miglior Attrice per linterpretazione di Tiffany, Il lato positivo merita di essere visto per la fresca ironia con cui il regista non racconta eroi post moderni o anime perse sullorlo della dannazione, ma accarezza il lato fragile che ciascuno di noi possiede. Dando vita, nelladattamento del romanzo di Mattew Quick, a un film commovente. Tondo nel suo sviluppo. Gratificante nella storia e nelle emozioni che essa evoca e delineando i caratteri di personaggi che seguono una precisa e coerente evoluzione. Non cè drammaticità nel tono e nello stile. Nonostante David O. Russel firmi una commedia che ha un retrogusto amaro.

Perché certo, non è facile parlare della mente che soffre fino ad ammalarsi. Ma sembra che un po, anzi molto, della positività del titolo trasudi dalla storia messa in scena. Sarà perché Pat nel suo cammino di guarigione ha imparato ad ascoltare le energie e le vibrazioni che accompagnano le emozioni. O perché è buffo vedere lui, dichiaratamente affetto da una malattia mentale, cercare di sopravvivere in una famiglia che è un focolare di follia. La madre, con quel suo sguardo perso e vacuo. Il padre (Robert De Niro), che oltre al lavoro, ha perso la lucidità di affrontare con raziocinio le scommesse con cui si guadagna da vivere. Per cui tutto diventa superstizione. Il fratello decisamente problematico. Infine, il suo amico, vittima di un matrimonio che luccica di lustrini e in cui tenta di accontentare la moglie, Ronnie esplode in urla rabbiose ma silenziose.

Nessuno sta bene, a quanto pare. Pat e Tiffany hanno avuto il coraggio di ammetterlo, con tutte le conseguenze che questo comporta. Ecco il primo vero lato positivo. Si sono trovati nella totale follia della sofferenza per aver perso qualcuno. Totalmente spaurito lui. Aggressiva e decisa lei. Che diventa il bastone cui Pat, inconsapevolmente, si appoggia. Lei che ha il coraggio di urlare che la loro “pazzia” altro non è che una profonda forma di sensibilità. Lei che ammette di essere fragile e diventa una grande donna nell’istante in cui accoglie il perdono e impara a non giudicare nessuno. Perché il giudizio, quello sì, uccide.

Nasce un film che è tante emozioni. Anche quelle legate a una storia d’amore che è totalmente imperfetta, ma bella e piena di speranza proprio per questo. È nell’imperfezione che sta la felicità. Contro il luoghi comuni della perfezione estetica dei sentimenti. L’importante è saperla riconoscere, accogliere e affidarsi a lei sospendendo il giudizio.

Il personaggio di Tiffany piace anche per un altro motivo. È il bastone cui aggrapparsi quando si sta sprofondando nelle sabbie mobili. Lo è per se stessa e per Pat. A cui strappa una promessa per mantenere la quale lui deve concentrarsi e impegnarsi. Sembra che la storia voglia dirci questo. Che la vita reale, quella vera, fatta di buchi, di problemi, di questioni da risolvere, vive di promesse e dell’impegno necessario a mantenerle.

Sono le basi, queste, del vivere e dell’amore. Le fondamenta che rendono solide anche le giornate più fragili. Sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che lotta insieme a te per raggiungere lo stesso comune obiettivo.

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