TUTTODANTE/ La domanda di Dante che Benigni “riporta in vita”

- Daniele Gigli

Ieri nuovo appuntamento con la Divina Commedia in tv attraverso la lettura del XIV canto dellInferno a opera di Roberto Benigni. Il commento di DANIELE GIGLI

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Roberto Benigni (Infophoto)

La poesia non è la risposta dice a un certo punto dei Quartetti, e quanto a malincuore lo saprà il cielo, Eliot. Perché parlare di Eliot se ieri sera in tv cerano Dante e Benigni con il XIV canto dellInferno? Perché Benigni è eccezionale, e ama Dante, e lo ama così tanto e con una sensibilità così virile da renderlo affascinante anche a chi non lo amerebbe. Ma la sua eccezionalità nel leggerlo, il suo grande merito, sta anche e soprattutto – proprio come fa Eliot – nel fare esattamente quel che Dante chiede al lettore: fidarsi di lui e accettare di percorrere i suoi passi per poter vedere ciò che egli ha visto.

Dante, come ogni poeta vero, chiede di essere trattato così, perché non gli interessa comunicare stati danimo, ma partecipare unesperienza delle cose. Per questo chiede che il senso profondo dei suoi versi sia conosciuto dallinterno del senso letterale, che uno leggendolo non corra subito a domandarsi che cosa significhino la lonza, la lupa e il leone, ma si renda piuttosto disponibile a credere che esistano una lonza, una lupa e un leone. Perché è il senso letterale che permette di vedere i sentimenti ed è attraverso la disponibilità di noi che leggiamo a ripercorrere la sua strada che egli può farci vivere quel che ha vissuto.

Eliot ne ha così tanta, di disponibilità, che leggendo questo canto – anzi ascoltandolo perché non lha mai saputo leggere davvero fino in fondo – si fa invadere. LEliot ventenne degli studi ad Harvard e quello trentenne che leggendolo e rileggendolo ne ricava un po di significato e molta musica. Una musica che lo interroga, che diviene specchio riflesso su cui la sua vita rintocca, tanto che nascono da qui, da queste figure, da questi suoni orecchiati in una lingua non sua e a stento compresa alcune immagini e suoni fondamentali del suo Waste Land: la desolata landa e il paese guasto che si intrecciano nel titolo, e quel Dammiata, che nel poema di Dante è la città araba di Damietta, ma nellorecchio di Eliot maturerà fino a diventare il Damyata con cui la voce di Buddha fa conflagrare il poemetto verso il suo congedo.

La poesia non è la risposta, dice Eliot, e ha ragione. Ma è una domanda, una forma di domanda dal potere deflagrante (dirà quel vecchio saggio di Steiner che è «la più rigorosa forma del pensiero). E come tutte le domande, abbisogna, sì, che qualcuno che voglia ascoltarla, ma prima ancora, come nella leggenda del Re Pescatore, che qualcuno abbia il coraggio di farla. Dante la fa – la poesia, la domanda – e Benigni lascolta. E lascoltano con lui i milioni di telespettatori che fidandosi gli si mettono appresso. Ad ascoltarlo mentre fa vedere ciò che sta guardando, più che spiegare quel che bisognerebbe vedere.

Come Eliot, anche chi guarda in tv Benigni ascolta una lingua, la poesia, non sua e non del tutto compresa. Che questo porsi in ascolto di sé accada ancora a un’umanità sfibrata e invecchiata di migliaia di anni dice della natura dell’uomo, del suo desiderio inestirpabile. Che possa accadere in quel luogo di disaffezione che è la televisione dice della potenza della poesia, di un uso della parola che proprio perché per sua natura in ascolto è ancora capace, nel chiacchiericcio universale, di stagliarsi alta, di rendere all’uomo il rischio e il gusto di sentirsi, di accorgersi del suo esistere stupito e ardente.

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