NON APRITE QUELLA PORTA 3D/ Tante chicche in un sequel che “fa a pezzi” un mito dellhorror

- Alessandro Pedrazzi, int. Alessandro Pedrazzi

Nelle sale è arrivato il sequel in 3D del famoso film del 1974, uno dei più famosi horror della storia. Unoperazione, spiega ALESSANDRO PEDRAZZI, che presenta però molti limiti

Non_aprite_portaR439
Una scena del film

Quando nel 1974 uscì The Texas Chain Saw Massacre, che lineffabile distribuzione italiana titolò al pari di un avvertimento sulluscio di un bagno pubblico (Non aprite quella porta), la società tutta rimase a corto di fiato per il pugno nella bocca dello stomaco. Il Southern Gothic al posto del Southern Comfort, una famiglia di redneck ultraconservatori sconvolti da lustri di endogamia, abitanti un territorio in cui il cittadino è preda da cacciare come una lepre: cacciare, frollare e mangiare. In campagna, si sa, non si butta via nulla. Sui cartelloni pubblicitari un consiglio: mentre lo guardate, ripetetevi, è solo un film, è solo un film…

Alla fiaba nera moderna girata da Tobe Hooper, seguì la consueta mossa commerciale che vuole dare al primo film un seguito, e poi un seguito ancora. Ahimè, tutti gli appassionati di horror sanno che i sequels, soprattutto se i primi della fila sono dei grandi film, tradiscono le aspettative e non solo perché gli appassionati di horror sono degli inguaribili romantici; è che i sequels tendono a focalizzarsi su uno o due elementi che si pensa possano aver catalizzato lattenzione del pubblico e tali concetti o personaggi vengo proposti fino alla demenza. Nel caso specifico, il franchise nato con The Texas Chain Saw Massacre risultò negli anni tanto più deludente quanto più la sua anima anarchica e brutale di pellicola qua e là bandita risultò masticata e omogeneizzata dalle logiche dell’incasso.

Ora, diciamocelo, il 3D sta a Leatherface come Robert Pattinson sta a Dracula. Ma affondiamo le mani nei fatti. Nel 2007 la Platinum Dunes, che aveva prodotto il remake Non aprite quella porta (2003) e il prequel Non aprite quella porta – L’inizio (2006), annunciò labbandono della serie e la Twisted Pictures accorse a negoziare la cessione dei diritti di utilizzo tornati nelle mani di Bob Kuhn e Kim Henkel. Lidea ambiziosa che la Lionsgate avrebbe voluto portare a compimento concerneva una trilogia complessa sia cronologicamente che produttivamente: un rischio poi ritenuto eccessivo. Si decise quindi per un sequel da agganciarsi direttamente al film del 1974. Non tutto però fila liscio: si gira fra il luglio e lagosto 2011, ma il film arriva nelle sale solo nel gennaio 2013, per la fretta non si è data a giornalisti e addetti ai lavori la possibilità di visionare prima la pellicola; lItalia fa storia a sé per il delay connesso al doppiaggio.

Non è lunico inciampo. La foga di scrivere un nuovo soggetto e di unirlo al primo film della serie, innesca dei paradossi spazio-tempo non da poco: Non Aprite quella Porta 3D si svolge nel 2012, prova la lapide con lanno di morte della nonna della protagonista. Ciò significa che dagli eventi del 74 (riproposti in originale e rielaborati in 3D) sono passati 38 anni, cosa incoerente rispetto alletà della protagonista che si vuole sottratta dal luogo del massacro in fasce, ma che ora ha chiaramente meno di 38 anni (l’attrice Daddario ne aveva 25 nel 2011). Ma qual è la storia di preciso? Heather Miller (Alexandra Daddario) eredita inaspettatamente dalla nonna. I suoi genitori adottivi non vorrebbero che lei accettasse il misterioso lascito, tuttavia Heather parte con tre amici (più un autostoppista) in direzione Newt, cittadina rurale texana, dove avrà modo di scoprire che leredità in questione è unenorme magione.

L’autostoppista si rivela un balordo e, esplorando la casa col fine di sgraffignare il più possibile, scopre dietro la porta della cantina – quella da non aprire – Jedidiah “Leatherface” Sawyer (Dan Yeager), un gigante col cervello da bambino tuttavia abilissimo nell’usare una micidiale motosega e altri armi bianche che rivolgerà contro gli amici della giovane Miller. Quest’ultima, nel trambusto, riuscirà a scoprire che in passato i villici del posto, guidati dall’allora sindaco Hartman (Paul Rae), avevano dato fuoco alla casa dei Sawyer, pensando di averne eliminato tutti i membri; adesso quelle stesse persone vogliono farle la festa. E Leatherface da che parte starà?

Parola di Stephen Susco, Adam Marcus e Debra Sullivan, terzetto al soggetto, di rimpetto a un altro terzetto deputato alla sceneggiatura. Lavoro di scrittura a 12 mani completato in regia dal poco noto John Luessenhop, al suo terzo lungometraggio dopo il dramma Lockdown (2000) e il thriller Takers (2010).

Nonostante il taglio netto rispetto ai precedenti film del franchise e i vari gap contenutistici, Texas Chainsaw 3D regala ai fans diverse chicche: all’inizio del film compare l’attore Gunnar Hansen (l’originale Leatherface) nei panni del capo famiglia Sawyer, mentre Bill Moseley che in Non Aprite Quella Porta – Parte 2 (1986) impersonava “Chop-Top” Sawyer, qui è il Cuoco Drayton; ancora, la protagonista del film del ‘74, Marilyn Burns, fa la nonna di Heather, e John Dugan, il Nonno del ‘74, riprende il suo vecchio ruolo nel prologo. Attenzione, attenzione: nei credit si legge perfino il nome del regista Tobe Hooper che, romantico ma guaribile, s’intasca la sua parte come produttore esecutivo.

Tolto tuttavia lo spunto ricreativo di trovare i riferimenti all’originale per dimostrare di conoscere la materia, nel tentativo di placare gli implacabili fans, rimane un film che tradisce quasi totalmente lo spirito dell’originale. Gli ambienti descritti con ruvido realismo da Hopper, sporchi, desolati, trasandati, lasciano qui il posto a un ambiente canonico e affine a un qualsiasi altro slasher che paiono non voler disturbare troppo gli occhi dei giovani spettatori ai quali invece viene riservata la prevedibile, e quindi affatto sorprendete, dose di splatter. L’onda d’urto nel ‘74 scaturiva dalla collisione fra due realtà sociali, rurale vs. urbana, reazionaria vs. moderna, nascosta vs. pubblica. Era un film degli estremi, dove la famiglia media e lo status quo veniva mostruosamente distorto dietro le fattezze della famiglia Sawyer, mentre i cittadini moderni erano giovani freakettoni inclini alla risata, allo spasso e poco più. L’effetto fu sorprendente, come se Ermanno Olmi avesse dato alla famiglia di Batistì il vezzo di squartare e mangiare i giovani della Bergamo bene. Suppergiù. 

Il grezzo backwood brutality delle origini che non ostentava splatter, deve ora passare sotto le forche caudine delle logiche d’incasso che vogliono i giovani protagonisti a torso nudo (il cantante Trey Songz schiaccia l’occhio al pubblico afroamericano), una bellissima final girl che deve insozzarsi il meno possibile (e stare attenta a mostrare-non mostrare) e uno “sfolgorante” 3D con gli immancabili schizzi di sangue dritti negli occhi dello spettatore. Non è per fare il laudator temporis acti a tutti i costi, ma Non Aprite Quella Porta 3D tradisce ogni fibra del muscolare Leatherface delle origini. Buchi nella sceneggiatura qua e là implicano la “perdita” di personaggi (ma che fine fa il figlio di Hartman?) e soprattutto l’impressione che nella piccola città di Newt tutto possa accadere impunemente.

Scenetta a sorpresa per gli implacabili che resistono fino al termine dei credits finali, dalla quale si capisce che forse si avrà un seguito e che comunque Non Aprite Quella Porta 3D e roba easy per le nuove generazioni. Che poi, contando che si tratta del 7° capitolo di un franchise horror e che l’operazione commerciale sta bene sia a Tobe Hooper che a Kuhn ed Henkel, chi siamo noi per fare gli spocchiosi? Sediamoci sbracati, birra ghiacciata e frittatona di cipolle, a beccarci le secchiate di plasma… finché ci si diverte e finché si ha la forza di digerire il tutto. Chiaro che, a queste condizioni, il rutto è libero.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori