SFOOTING/ Carattere dacciaio, voce metallica, memoria di ferro: il vero ritratto di Iron Man

- Comic Astri

Stan Lee e Larry Lieber si ispirarono a un racconto italiano pressoché sconosciuto. Una copia sgualcita del libretto è stata ritrovata nei dintorni di Ostia. Ce ne parlano I COMICASTRI

iron_man_r439
Infophoto

Uscito nelle sale da appena qualche giorno con il terzo episodio, è già un successo al botteghino. Successo al quale faranno seguito figurine, fumetti e gadget vari. Eppure abbiamo sempre considerato Iron Man, il supereroe del momento, un personaggio minore, nella sterminata galassia Marvel. Quando Stan Lee e Larry Lieber, nel lontano 1963, per un nuovo super-eroe a stelle e strisce presero ispirazione da un racconto pressoché sconosciuto, LOmo de Fero, scritto da un altrettanto sconosciuto (allora come oggi) autore italiano degli anni 50, mai si sarebbero aspettati che a distanza di 50 anni Iron Man tenesse ancora testa ai ben più conosciuti Uomo Ragno, Capitan America, Thor, Devil, Fantastici Quattro.

Chi sia stato lo scrittore italiano che, del tutto inconsapevolmente, ha dato vita a questa saga non è dato sapere, tuttavia avendo potuto osservare attentamente una copia sgualcita del libricino originale (il titolo dellopuscolo e il suo ritrovamento, presso un rigattiere del quartiere romano di Lido di Ostia Ponente, avallerebbero lipotesi di unorigine romana de Roma dellautore), possiamo affermare, con una sciovinista punta dorgoglio, che Iron Man vanta unorigine italiana, malgrado poi la storia, trapiantata negli States, abbia preso tutta unaltra piega.

Le origini. I primi capitoli del racconto narrano le vicende di Antonio Starchi (diventato nel fumetto marveliano Tony Stark), meglio conosciuto come Fero (con una r sola, alla romana), nato a Colleferro, poco distante da Roma, nel retrobottega di una ferramenta, proprietà di famiglia da tre generazioni, o come meglio precisato dagli stessi Starchi, dalletà del fero!. Il soprannome è dovuto a una spiccata iperferritinemia (è la quantità di ferro presente nel sangue), provocata dal vizio di succhiare cacciaviti, chiodi e qualsiasi altro tipo di minuteria metallica gli passasse vicino al cavo orale. Liperferritinemia invece di provocargli problemi di salute gravi, quali il diabete mellito, la cirrosi epatica, losteoartrosi e losteoporosi, causa molto più semplicemente uno sconsiderato aumento della forza fisica, manifestatosi fin dalla più tenera età. Con grande gioia dei parenti, soprattutto del nonno Ferrero, uomo dolce ma risoluto, che lo mette al lavoro ben prima delletà scolare. Cosa che tuttavia non lo rende meno timido, anzi: pur avendo una faccia di bronzo, non vuole mai in alcun modo calamitare lattenzione delle ragazze su di sé, anzi nasconde dietro una solitaria riservatezza le sue doti non comuni, celate persino nelle gare di braccio di ferro con i compagni di classe. A scuola lo Starchi è naturalmente il primo della classe: ferrato in tutte le materie, con una spiccata passione per la letteratura francese. Accanito lettore di Alexandre Dumas padre, non vuole mai separarsi dal libro Il Visconte di Bragelonne, poiché tra i vari personaggi del romanzo compare la celeberrima Maschera di Ferro, verso la quale inizia un lento processo di totale immedesimazione.

Il suo mondo. Il libro “L’Omo de Fero” descrive poi le origini della famiglia Starchi.Il padre Ottone è un uomo dal carattere d’acciaio, dedito al lavoro di ferramenta e alla propria famiglia; sua madre Nichela,detta Nichel(la passioneper i metalli provocò un refuso anche all’anagrafe, e Michela si trasformò in Nichela), è donna di poche parole, ma dalla memoria di ferro. Antonio viene descritto come un ragazzo mite, preso tra l’incudine del senso della giustizia, appreso dai suoi genitori, e il martello, rappresentato dal fratello minore Ferruccio, detto Uccio. I due, tanto affiatati quanto diversi nel carattere, passano molto tempo insieme (in paese vengono soprannominati Starchi & Uc). Uccio sembra nato con la vocazione del piantagrane, prototipo del grosso bullo di periferia (praticamente un bullone); Antonio, invece, è sempre sollecito a cavarlo dai guai, soprattutto nei confronti della banda rivale, capeggiata dai terribili fratelli Fabbri, che soprattutto nelle afose giornate estive non hanno pietà nell’accanirsi anche su di lui, al grido di “Batti il Fero finché fa caldo”; spesso, la voce di Antonio, così metallica e carismatica, da sola basta a dipanare quelle situazioni difficili nelle quali il fratello è solito cacciarsi. Eppure, tra i due, mai una ruggine, se si escludono i litigi per il pallone. Genio e sregolatezza, Uccio sa accarezzare il pallone come pochi, è capace di lanciarlo con millimetrica precisione o di nasconderlo con tocchi felpati agli occhi degli avversari; di conseguenza mal sopporta (spesso mandandolo a quel paese) che il fratello Antonio tenga, al posto dei piedi, due ferri da stiro, nonostante la buona volontà e la gran corsa (in effetti ha due polmoni d’acciaio).

Il suo chiodo fisso. Pur non avendolo confessato mai a nessuno, e qui la narrazione si fa serrata, Antonio Starchi fin da piccolo coltiva, se così si può dire, un chiodo fisso: diventare un uomo di ferro (i super-eroi, tipo Batman, non erano ancora sbarcati da noi). Il padre Ottone, una volta abbandonato il sogno di ritrovarselo nella ferramenta, pensava per lui a un lavoro pesante, tipo il ghisa (il vigile urbano, che almeno nel dialetto milanese ricorda la lega di ferro e carbonio con la quale si fabbricano i tombini), mentre la mamma Nichela se lo prefigurava sposato con la sua amica d’infanzia, Ilva Di Taranto, e padre di due bei gemelli concepiti nel viaggio di nozze visitando le industrie siderurgiche della Ruhr, sogno di tutta la famiglia. Uccio, d’altro canto, conoscendo nell’intimo le aspettative di Antonio, più volte cerca, anche con toni affettuosi, di convincere il fratello a confidarsi, ma sempre con esiti poco incoraggianti, rimproverandolo benevolmente: “Non sei per nulla ironico!” (da iron, in  inglese, ferro?).

L’armatura. Oltre al carattere chiuso, già da ragazzo Antonio viene descritto nel libro come tipo introverso, avvezzo a nascondersi nel retrobottega della ferramenta a costruirsi strane armature, utilizzando vecchi arnesi rubati nelle discariche. Il primo rudimentale modello? Un casco asciugacapelli utilizzato dalle parrucchiere come copricapo; due lamiere abbandonate di una Fiat 600 in demolizione per proteggere busto e schiena; per gambali una coppia di fusti cilindrici in metallo. Solo con il passare del tempo, prototipo dopo prototipo, l’armatura assume un aspetto più solido, nel segno di un’evoluzione e di uno studio continui, il cui segreto consiste nell’aver conosciuto un tal Ferragamo, steelista di fama mondiale (lo “steelista” è il fashion designer delle armature in acciaio, che in inglese si dice appunto “steel”).

Il finale della storia. Antonio Starchi, indomito e impavido, sino a questo punto del racconto non ha mai avuto paura di niente: toccando ferro, si è sempre sentito in una botte di ferro e con un fisico d’acciaio. Poi un banale incidente stradale lo mette a dura prova. Finisce sotto i feri proprio lui, l’omo de fero. Ristabilitosi quasi del tutto, rimangono profonde cicatrici psicologiche che lo fanno desistere dai suoi sogni da super-eroe ante litteram: “Sono troppo arrugginito e ho troppi acciacchi. Troppo spesso mi sento un rottame”, mugugna ogni momento tra sé. Malanno dopo malanno, cresce in lui anche la paura d’invecchiare, di diventare cioè “un ferrovecchio”. Non si rassegna, e cerca in tutti i modi di rallentare il processo di senescenza, mantenendo inalterati i suoi abituali livelli di ferritina. Come? Scolandosi d’un fiato ogni mattina una bottiglia di Ferrochina Bisleri. Morirà alcolizzato? Mah! Per scoprirlo bisognerebbe ritrovare e leggere il seguito del racconto “L’Omo de Fero 2: la vendetta della cirrosi”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori