BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE/ Un film sullamore capace di far superare il dolore

- Maria Luisa Bellucci

Tratto dal romanzo di Alessandro D’Avenia, il film di Giacomo Campiotti descrive le emozioni e le passioni del mondo giovanile in modo ordinato. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Bianca come il latte, rossa come il sangue
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Non si è mai troppo grandi per affrontare il dolore di una perdita. Figuriamoci se lo si è abbastanza a 16 anni. Quando il mondo non ha confini e il cuore è un’esplosione di energia. Questo è Leo, protagonista di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Tanti ricci disordinati in testa, una bici per sfrecciare tra le vie della nobile Torino, un Liceo contro cui combattere ogni giorno e infine un amore. Un solo inarrivabile amore. Beatrice, pelle di porcellana con un accento francese che rende ancor più sofisticata la sua chioma rossa.

La vita, però, gioca sporco, costringendo Leo e Bea a un’altalena di emozioni che straziano il cuore. Per fortuna ci sono Silvia, la sua migliore amica di sempre, Nikko, quello più magrolino e sfigato dei due, che regalano a Leo il loro prezioso appoggio. E il nuovo professore di Lettere. Giovane, belloccio e amante della letteratura al punto da fare della vita un inno ai grandi Autori. Irritante – un po’ – con quel suo atteggiamento da saputello, ma alla fine tanto bravo da trovare la giusta strada di dialogo per aiutare Leo. Un anno scolastico che si trasforma nel salto nel blu che i giovani protagonisti di questa storia devono affrontare per crescere.

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Anche noi, alla fine, siamo tutti un po’ più grandi. Più emozionati, soprattutto. Anche se i primi venti minuti abbondanti quasi stancano e ci fanno chiedere dove si andrà a parare, vale la pena aspettare che la storia entri nel vivo per vedere partire, finalmente, il film. Si passa, così, da una sequenza di scene all’insegna del buon umore in cui i tentativi di Leo di conquistare Beatrice sono per lo più racchiusi in comiche vignette – senza che ci sia un forte trait d’union -, a un tono e uno stile decisamente più profondi e drammatici che contraddistinguono la seconda parte della storia. Che, in generale, parla una lingua chiara e universale. Quella degli adolescenti di oggi e di noi che lo siamo stati, attraverso una grammatica cinematografica semplice ed efficace. Supportata anche da un uso sfacciatamente simbolico dei colori, che sono il vero leiv motiv della pellicola.

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Rosso e bianco, naturalmente, come i colori della passione che Leo prova per Beatrice. Oppure come il sangue di questa giovane donna che si sta ammalando fino a diventare bianco. Non è mai facile parlare della morte. Crediamo che il regista abbia ben interpretato il messaggio del romanzo da cui è tratto la storia. Sarebbe potuto essere un film chiassoso e disordinato nel cercare di raccogliere in un paio di ore circostanze, sentimenti e passioni così forti e genuini. Ci sembra, invece, che molto del lavoro svolto abbia contribuito a fondere queste differenti dimensioni fino a farne risultare un intreccio facile da seguire – certo, a volte un po’ troppo schematico e immediato – e con cui empatizzare.

Non un capolavoro, ma certamente un apprezzabile sforzo di dipingere la realtà dei giovani con tinte diverse da quelle di mocciana memoria. Sempre di amore, ovvio, si parla. Amore assoluto, idealizzato, che sconvolge e travolge portandoti oltre il cielo e poi sbattendoti giù a terra. Poi c’è l’amore vero. Quello reale, tangibile, fatto della vita di tutti i giorni. Quello che ti accompagna da sempre ma nemmeno lo sapevi, che ti sostiene, che ti dà il coraggio di rischiare.

È un cammino a ostacoli quello che costringe Leo a prendere coscienza di questa consapevolezza. Un viaggio di formazione che lo porta alle lacrime, alla rabbia, a rinnegare le sue amicizie e ciò in cui crede. Però, alla fine, è l’unica cosa bella che gli resta. Dopo il dolore, è solo grazie a questo nuovo amore che riesce a guardare oltre. In un’etica della purezza dei sentimenti che non è timida nel mostrare le emozioni, ma che non cede il passo alla sfacciataggine.

Gesti d’amore semplici e immensi nello stesso istante, che ci fanno ricordare quanto sia bello l’amore ai tempi del liceo, perché privo di inquinamento esistenziale. Non c’è passato nell’amore di quegli anni. Nemmeno futuro. C’è solo il presente infinitamente bello nella sua dolcezza.

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