TUTTODANTE/ La pietà di Benigni distrugge lInferno di Dante

- Gianni Mereghetti

Ieri sera è andato in onda TuttoDante con la lettura del XVI canto dellInferno da parte di Roberto Benigni. Il commento di GIANNI MEREGHETTI alle parole del comico toscano

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Roberto Benigni (Infophoto)
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Siamo al canto XVI dellInferno. E Roberto Benigni è una esplosione di parole e di immagini, travolge gli spettatori di TuttoDante facendoli diventare con lui attori, protagonisti di un cammino che lo stesso che Dante ha compiuto. Questo è ascoltare Benigni che si addentra nel fetore dellInferno, il male viene preso tra le braccia e portato di peso, così che appaia meno violento di quello che è. Si ripete il miracolo del comico toscano, la sua capacità unica di redimere il male, la sua tensione a salvare i dannati raccontando. Questo è Benigni, non Dante! Appare ancor più evidente che Benigni imprime al racconto dantesco la sua pietà, la sua misericordia che bisogna capire se sia la stessa di Dio. 

Ha ragione Benigni a sostenere che Dante vuol dividere il peccato dal peccatore, e lo documenta in modo esplicito. Ma la questione non è riducibile a questo, ciò che Benigni ha ancora da cercare è la ragione di questo, se la divisione del peccato dal peccatore sia genericamente sostenere che un uomo non sia riducibile al suo peccato, ma a questo punto che senso avrebbe lInferno? Oppure se il peccatore si trovi di fronte a una sconfitta più grande del suo stesso peccato, alla impossibilità di cancellare lumano. Che cosa è allora lInferno di Benigni? 

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La pietà, è questo linferno di Benigni, un inferno in cui il peccatore ha una ultima dignità, ma una domanda a questo punto diventa legittima: è questo lInferno di Dante? Interessante questa sfida che le parole di Benigni portano, limmagine che lui ci vuol dare della dignità dei peccatori, e mentre racconta di Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci, tre comandanti fiorentini, tre grandi uomini, cè da parte di Benigni una ultima tenerezza che attutisce la bruttura del male, tanto che ce li fa apparire giustificabili. Sono dannati, terribilmente dannati, ma umani, terribilmente umani!

stupendo questo modo di raccontare, ma è Dante questo, o non rimane forse Benigni? Comè stupendo e coinvolgente il suo modo di raccontare: ci porta dentro le miserie infernali, ci mette faccia a faccia con i peccatori, ci fa vedere la fogna in cui vivono questi uomini, ma più lo ascoltiamo più una domanda ci assedia, è la domanda del perché mai questo sia Inferno? Benigni li salva, questa è la sua drammatica pietà, qui sta il suo dramma nel leggere il Dante dellInferno e lo si percepisce passo dopo passo, se fosse per lui, questi sodomiti, come gli altri peccatori, li trarrebbe tutti dai luoghi infernali. 

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La domanda rimane, guai a risolverla, e perché mai lo si dovrebbe? Rimane aperta la domanda di che cosa significhi mai leggere Dante, di come si possa leggerlo. E ancor di più quando Benigni ci parla del fondo del male, quando descrive il presentarsi sulla scena nuotando la personificazione della frode, Gerione. una descrizione spettacolare, un capolavoro assoluto! E non a caso Benigni è entusiasta: di che cosa è entusiasta? Del fatto che lumano si liberi dai lacci del peccato; cè una pietà che è più grande di quel male di cui Dante sente il fetore, ma che ci arriva attenuato, senza la puzza da cui origina.

La lettura di Benigni è accattivante, ci riconcilia con grandi peccatori, degni anche loro di uno sguardo umano, degni di non sprofondare per sempre nella fogna infernale e quella corda sembra buttata a salvare qualcuno che chissà se si può ancora salvare. La lettura di Benigni è una sfida a comprendere a fondo ciò di cui Dante parla: che cos’è la fama che questi tre dannati cercano? Da prendere sul serio questa ricerca della dignità di colui che ha peccato, questo scavare dentro il nulla per trovare qualcosa di umano, questo avvinghiare un ultimo bene che non si può cancellare.

Benigni intuisce un aspetto centrale nell’Inferno, che come lui stesso dice la coscienza esiste, continua a esistere, che essere sodomiti o fraudolenti abbruttisce, ma non elimina la coscienza. Ma non è proprio qui la questione decisiva? Che è la loro coscienza a condannarli? Qui Benigni intuisce quello che ha detto papa Francesco alla conclusione della Via Crucis al Colosseo, quando ha spiegato a chiare lettere cosa significhi che la Sua Parola è amore, misericordia, perdono, e anche giudizio. “Dio ci giudica amandoci. Ricordiamo questo: Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva”.

Benigni legge il canto XVI cercando la dignità dei sodomiti, e questa dignità non è la fama che loro cercano, ma sta tutta in quello sguardo che loro hanno rifiutato perché non hanno ascoltato la loro coscienza. Quello di Dante è un giudizio e come tale si imprimé nella carne fino a condannare la coscienza. Benigni deve chiedersi perché la Commedia sia anche un giudizio. Interessante che lui cerchi uno spiraglio da cui far passare il peccatore, ma c’è una questione che non si può evitare, quella dl giudizio. E il giudizio di condanna è quello che l’uomo dà su se stesso, lo dice in un passaggio lo stesso Benigni quando spiega che noi sappiamo se quello che facciamo sia o non sia male. Lo dice, bisogna tirarne le conseguenze. Non basta dire che il peccato non coincide con il peccatore, perché si arriva a un punto quando coincidono, il punto in cui l’io è assorbito dal peccato.

Benigni deve chiedersi dove stia questo punto o forse chiedersi dove sia il punto in cui l’uomo al posto di condannarsi accetta lo sguardo di amore che lo salva. Una lettura che apre la questione seria del giudizio sul male, e non basta il perdono, la pietà, ci vuole la misericordia, la forza dello spirito che ricrea. È la ragione per cui Dante attraversa l’Inferno, parla con i sodomiti, sta di fronte a Gerione, ma più cammina più si sente attratto non dalla dignità che pur c’è dei peccatori, ma dall’amore di Cristo che lo tira vero la felicità eterna.

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