LA GRANDE BELLEZZA/ Da Sorrentino un “puzzle estremo” che lascia aperta una domanda

- Maria Luisa Bellucci

Presentato al Festival di Cannes, e in lizza per la Palma doro, il film di Paolo Sorrentino, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, sembra contenere fin troppe scene cariche di simbolismo

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La grande bellezza

La grande bellezza. Ovvero centoquaranta minuti di intellettualismo barocco autocelebrativo. Con una trama del tutto lassa che si sacrifica in nome di unestetica non estrema, ma a lungo andare straniante e stancante. Come se ciò che interessa – al regista e allo spettatore entusiasta – sia non il contenuto della storia, ma il significato che regge ogni singola scena e che nasce dallaccostamento di immagini del tutto avulse se prese singolarmente.

Questo è lultimo film di Paolo Sorrentino, presentato martedì al Festival di Cannes, dove ha conquistato dieci minuti di applausi da parte dellélite intellettuale. In lizza – a questo punto indiscutibilmente – per la Palma doro. La grande bellezza, Sorrentino e Servillo.

Come un puzzle, La grande bellezza si compone di sequenze che valgono di per se stesse, a prescindere da tutto il resto. Unimpalcatura perfetta, per chi ama il genere, che si regge sul puro piano intellettuale. Dal punto di vista della regia, bellissima protagonista dello sguardo di Sorrentino, che non si nasconde, ma marca la sua presenza dietro lo schermo con movimenti di macchina che probabilmente solo lui in Italia è in grado di sentire e guidare. Oppure la fotografia, liquida nel suo nitore. Molto più che realistica. Insistente ma garbata nel raccontare la bella Roma dei ricchi, che viene colta nel colore intenso delle feste, nelle luci e nelle ombre dei monumenti addormentati.

Per il resto, la storia è un carnevale. Molto semplice la trama. Jap Gambardella (Toni Servillo), 65 anni vissuti con sfarzo, è un giornalista in attesa di trovare lidea per il suo prossimo romanzo, dopo che molti anni prima aveva ottenuto un grande successo con il suo primo e ultimo libro. La pagina bianca, però, lo spaventa. Gambardella, così, la elude attraversando le sfumature eccentriche della notte, di cui non si perde nemmeno unalba. Sempre con stile, ovviamente. Cosa ci si può aspettare da un tizio il cui balcone di casa affaccia davanti al Colosseo?

Gli anni passano, gli abiti di lusso suoi e dei suoi ricchi amici diventano sempre più esclusivi e incomprensibili. Racchiusi in un linguaggio finto e rumoroso che nasconde il vero senso della vita. Tutti troppo impegnati a mantenere lo status raggiunto. Con unappannata malinconia decadente. Unimmagine su tutte quella di Serena Grandi, che attraversa lo schermo vestita a festa e truccatissima, gonfia del suo passato di droga. Versus gli anni belli, quelli onesti e sinceri, quelli pieni di sogni e speranze. Mentre ora il ricco ozio ha messo in un angolo lautenticità delle cose.

Alcuni resistono. Altri no, perché si sentono dei falliti o perché un brutto malessere se li porta via. Quelli che restano in piedi, come Gambardella, lo fanno perché hanno la stoffa. Non capiscono, spesso, ma si adeguano, lasciandosi trascinare dal flusso della corrente. Sorridendo alla vita e facendole spallucce.

Resta un fatto. È un’opinione – sicuramente polemica – più che altro. Non un giudizio verso il modo di fare cinema di Sorrentino. Che lo si ama o lo si odia. Resta il fatto, dicevamo, che sarebbero bastate le ultime tre scene per raccontare il film. Siamo sicuri che per molti questo somigli a un insulto. È la verità, però. Due ore e venti minuti di eccessi, contrasti, immagini e personaggi semanticamente ingombranti. All’insegna della lentezza. Come se servisse tempo a che facciano effetto nella mente di noi spettatori. Come se l’eccesso che permea la poetica de La grande bellezza avesse necessità di invadere il nostro sguardo, velandolo – così come quello dei personaggi del film – di un cerone difficile da far sciogliere.

Posto il fatto che non vogliamo mettere in discussione Sorrentino – ogni regista ha diritto di credere di essere un Artista – ci chiediamo solo una cosa. Per quale motivo centoquaranta minuti tutti uguali tra di loro nel concetto? Che lo stile del regista fosse di questo genere lo sapevamo, ma qui ci sembra portato all’estremo in maniera discutibile. Troppe scene cariche di simbolismo al punto che, a un certo punto, si desiste dal cercare il significato di quanto appena visto e si lascia scorrere ogni cosa.

Sembra che in Italia – i Grandi Autori ci perdonino il tono – si sia in grado solo di sbracare al botteghino con i Natali a… & co. oppure di affermare le origini autoriali della propria stirpe di registi. Fastidiosi entrambi, c’è da dire. Ogni tanto compare qualche via di mezzo, ma è faccenda rara. È che forse al giorno d’oggi si sentono tutti un po’ Fellini. Pace all’anima sua.

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