IL DIVO/ Nel film di Sorrentino il doppio volto di Giulio Andreotti

- Federico Bason

Ieri è scomparso Giulio Andreotti. Cinque anni fa Paolo Sorrentino presentò Il Divo, film ispirato alla sua storia che fece molto discutere. La recensione di FEDERICO BASON

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Una scena del film

Poco a poco il tempo sta cancellando lo scacchiere della politica. La politica nata nel dopoguerra, fatta di megafoni e comizi nelle piazze. Ai tempi, fino alla fine degli anni 80, sventolava nel Paese il vessillo della Democrazia Cristiana, oggi un gigante di quel passato ci ha lasciato. Con la scomparsa di Giulio Andreotti è il momento di ricordare la DC, i suoi irriducibili protagonisti. Quale occasione migliore per vedersi lopera di Palo Sorrentino, che tratteggia lintelligenza e larguzia delluomo soprannominato Belzebù dagli avversari, Divo dagli estimatori?

Il film Il Divo non rappresenta il modus operandi di una maggioranza (il famoso pentapartito), ma le dinamiche emotive di un Paese, che si rispecchiava nella DC di Andreotti. Il popolo votando Democrazia Cristiana sceglieva le abilità diplomatiche del Divo Giulio.

Al crepuscolo, nel periodo di Mani pulite, quel voto venne a mancare, si trasformò in tante cose: risentimento, disapprovazione, scoraggiamento. La DC machiavellica, di Andreottiana memoria, rappresenta ancora un pezzo di storia dItalia.

difficile recensire lopera di Sorrentino: banalizzarla a biografia non autorizzata può essere riduttivo. Convivono nella storia, perfettamente bilanciati, i disvalori della partitocrazia, incarnati dalle correnti dei vari Sbardella, Evangelisti, Cirino Pomicino, e lansia di affermazione culturale di Andreotti, che testimoniava nella DC una risposta contro laggressività della sinistra. La forza de Il Divo è la sua onestà intellettuale proiettata in un ambiente di interessi personali: nel periodo massimo della corruzione politica (di tutti i partiti), il dominus democristiano era impassibile verso soldi e prebende, piuttosto si dedicava al riconoscimento pubblico del suo amore verso larte.

Sorrentino vuol suggerire un complesso di inferiorità tra Andreotti e Moro, come se la strada di successi del primo non potesse essere equiparato allo sforzo intellettualistico del secondo. Da sottolineare che la coscienza culturale di Moro era così vitale che il PCI lo riteneva lunico interlocutore attendibile.

Il divino Giulio, determinato con i potenti, per nulla intimorito dai criminali (mafiosi e terroristi), tremava se si accendeva in lui lidea di perdere lo status culturale, faticosamente conquistato. Non era il potere ad attirarlo, né la carica di Onorevole o Senatore; con sguardo perplesso guardava al suo mancato raggiungimento alla Presidenza della Repubblica. Craxi diceva di lui: una vecchia volpe, ma tutte le volpi prima o poi finiscono in pellicceria; anche mafiosi e brigatisti cercavano di provocarlo, con lunico risultato di fargli sfoderare una tagliente ironia.

Una delle scene più divertenti del film è la telefonata di un BR a casa Andreotti: quando il Divo risponde, alla minaccia di un rapimento o un esecuzione, sfodera una serie di imprevedibili battute. L’esperienza di parlare con la Roma clientelare, fatta di voti, posti di lavoro, presidenze, conferisce ad Andreotti la capacità di azzerare le differenze tra un Capo di Stato e un lavoratore dei mercati generali. Entrambi vengono trattati con il medesimo rispetto, con l’identica freddezza.

Il tema dell’amicizia è l’indizio sull’umanità complessa del Divo. Nella tempesta di Tangentopoli, democristiani e socialisti venivano arrestati, chi, come Lima, giustiziato per mano della mafia. Il dolore per la sorte degli amici prevaleva sulla freddezza del politico, annullando il tratto di forza costituito da contromosse e tatticismi. Nel film di Sorrentino l’uomo Andreotti riacquista consistenza attraverso la fine di quanti l’hanno seguito, anche oggi, in cui la DC è un esperienza del passato, le gesta di quei protagonisti ben rappresentano uno specchio di virtù e debolezze in cui l’Italia voleva riconoscersi. Vuole riconoscersi tutt’ora.

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