DOPPIO GIOCO/ Tradimenti, vendetta e giustizia in un film che “dimentica” la libertà

- Ilenia Provenzi

Il film di James Marsh, che vede nel cast Andrea Riseborough, Clive Owen e Gillian Anderson ci riporta ai conflitti tra IRA e Gran Bretagna. La recensione di ILENIA PROVENZI 

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Una scena del film

James Marsh, già autore dei documentari Project Nim e Man on Wire, dirige un thriller ambientato a Belfast e intitolato, in originale, Shadow Dancer: il danzatore dombra, trasformato in italiano in Doppio gioco. La storia si concentra sul rapporto tra un agente e il suo informatore, un tema sempre interessante da esplorare perché coinvolge complicate regole morali e la finzione a cui le due parti in gioco sono costrette dalla situazione. Basti pensare al famosissimo Notorius di Hitchcock, in cui un agente dellFBI convince Ingrid Bergman a partecipare a una missione in Brasile per smascherare un complotto filonazista.

Nel film di Marsh abbiamo a che fare con i militanti dellIRA, lorganizzazione militare irlandese che, in nome dellindipendenza, prepara attentati contro la Gran Bretagna. I primi venti minuti del film mostrano attraverso le immagini il dramma che, nellestate del 1973, coinvolge la protagonista, Colette McVeigh (Andrea Riseborough): dopo aver convinto il fratello minore a uscire di casa per comprare un pacchetto di sigarette per il padre, senza volerlo si rende responsabile della sua morte. Coinvolto accidentalmente in uno scontro a fuoco, il bambino si spegne davanti ai suoi occhi, segnando il destino della sorella per sempre.

Ventanni dopo, Colette è un membro fedele dellIRA, ma anche una madre single, che per proteggere suo figlio farebbe qualsiasi cosa. Perfino lavorare come informatrice per lMI5, lagenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. il patto che le propone Mac (Clive Owen), lagente che la affronta in seguito a un attentato nella metropolitana di Londra e la ricatta, lasciandole intendere che il fratellino potrebbe essere stato ucciso da una pallottola irlandese.

La vita di Colette diventa un inferno: divisa tra il suo passato e il desiderio di proteggere il suo bambino, la donna rischia più volte di essere scoperta. Nella cupa atmosfera di una Belfast sul piede di guerra, la famiglia McVeigh conduce una vita difficile: la madre (Brid Brennan), rimasta vedova, nasconde un segreto insospettabile che si scoprirà soltanto alla fine, mentre i due figli maschi, Gerry e Connor, sono imbrigliati in un mondo di sospetto e di violenza, governato dal rude investigatore dellIRA Kevin Mulville, a caccia di traditori.

Dallaltra parte della barricata si trovano i rappresentanti dellMI5, divisi tra la fredda determinazione di Kate Fletcher (Gillian Anderson) e lumanità tormentata di Mac. Quando si rende conto che i colleghi stanno usando Colette come diversivo per distogliere lattenzione da unaltra talpa, Mac si lascia coinvolgere dai sentimenti e decide di agire da solo, senza avere fatto i conti con la spirale di vendetta e di tradimento in cui tutti i personaggi sono intrappolati.

Ambientato negli anni Novanta, tra la fine dei conflitti armati e l’inizio del processo di pace, il film ritrae un luogo stanco da cui viene voglia di scappare, un paesaggio grigio nel quale spicca Colette con il cappottino rosso. Un colore che richiama il sangue versato, ma anche la ricerca di una via attraverso il bosco, come Cappuccetto Rosso.

Nonostante combattano per l’indipendenza, ai personaggi manca qualcosa di prezioso: la libertà. Ogni decisione sembra ineluttabile e le risposte non sono mai chiare, così come non è chiara la distinzione tra cosa è giusto e cosa è sbagliato. Chi sono i buoni? Se Colette ha sofferto in passato, testimoniando la crudele sorte del fratello, non può comunque essere giustificata per le azioni terroristiche che sceglie di commettere. L’unica figura eroica è quella di Mac, che resta però vittima dei colleghi ambigui e calcolatori e, in seguito, della sua stessa ingenuità.

La trama è a tratti confusa, spiazzante, i dialoghi si alternano ai silenzi durante i quali la macchina da presa indugia sul volto di Colette, ambiguo e tormentato, mentre la storia scivola in modo enigmatico verso un finale agghiacciante che lascia l’amaro in bocca. E se il regista è guidato dal desiderio di documentare il passato e di rappresentare la realtà, a farne le spese sono i sentimenti dei personaggi, che si nascondono molto bene dietro la maschera, e degli spettatori, che all’uscita dalla sala rischiano di rimanere freddi e incerti come il clima irlandese.

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