OGGETTI SMARRITI/ Il film su quel “pilota automatico” che fa dimenticare la realtà

Per FEDERICO BASON, più che di oggetti smarriti il film parla dun interrogativo sullesistenza delle persone. Il dubbio è che i giorni passino senza che ci accorgiamo di chi ci sta a fianco

17.07.2013 - Federico Bason
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Una scena del film

Dove? Quando? Sono le domande che saltano in mente, quando perdiamo un oggetto a noi caro. Capire dove possa essersi nascosto, in quale circostanza. Oggetti smarriti è una commedia sui generis che parla di noi, delle nostre abitudini. Anche di quelle che non vorremmo avere. Gli uomini perdono gli oggetti con facilità, dimenticando il vissuto quotidiano. inutile storcere il naso allennesimo ombrello lasciato chissà dove oppure al cellulare sparito, che sta dappertutto meno che in tasca. Se a perdersi fossero i sentimenti, invece degli oggetti? Se cercassimo, senza trovarle, le persone a noi care?

Oggetti smarriti rappresenta una riuscita declinazione tra commedia e dramma surreale. La bimba bisognosa di attenzioni, la vicina bella da mozzare il fiato, la vita comoda di chi è senza pensieri, quindi anche un po vuota, rappresenta larcobaleno di immagini di cui si circonda Guido, il protagonista della storia.  giovane, rampante, ci sa fare con le donne, ma cade nella trappola di Arianna, una bimba di sei anni, sua figlia.

Dovè Arianna? fuggita, volatilizzata, uscita fuori? Impossibile, padre e figlia stavano lì a casa, insieme, a condividere un momento di vita. Guido, che si considera vincente negli affetti e nel lavoro, arriva alla sconsolante conclusione: non trova più Arianna. Inizia la rocambolesca attività, tra crisi isteriche e azioni paradossali, per attirare lattenzione del mondo, sul mistero casalingo. Giovane padre perde sotto il naso il suo frugoletto, questo lsos di aiuto che Guido lancia. La polizia non è interessata, indaffarata comè a risolvere casi più urgenti, lo liquida come se stesse trattando con un folle. Il caso è serissimo invece, chi può far capire a Guido chi ha smarrito chi? Entriamo nel meccanismo del film che, tramite un approccio fantasioso, simboleggia lansia di vivere della nostra società. Spesso dimenticandosi dei figli, che sono lì accanto.

Vengono in mente recenti tragici eventi, di giovani padri, che lasciano i figli in macchina, convinti di averli accompagnati allasilo. Spesso questi episodi, allapparenza innocui, hanno un finale tragico. La ricerca di obiettivi, di traguardi, livella trucemente la coscienza a puntare in basso, dove nellansia da prestazione non cè tempo per assegnare una scala di valori. Si dimentica lesistenza di un figlio come la banale eventualità di lasciare a casa le chiavi, smarrire un cacciavite, dimenticare dove si è parcheggiata la macchina.

In fondo, Guido non ha perso Arianna, ha perso se stesso. Ha rinunciato a scoprire la bellezza del rapporto, dando per scontato tutto, anche la presenza stessa della figlia. Con occhi nuovi si accorgerà di avere una splendida vicina, con l’aiuto di lei riabbraccerà Arianna, troverà consistenza nelle cose che gli sono attorno.

Il regista Giorgio Molteni immagina un ufficio di fantasia, lì tra la città e l’universo, dove vengono portati gli oggetti smarriti, che non sono cose che si nascondono o sono perse, ma un interrogativo sull’esistenza delle persone. Il dubbio è che i giorni passino con “il pilota automatico” inserito, non ci accorgiamo dei colori, dei profumi, di chi ci sta a fianco.

Mettersi davanti agli occhi il problema fa emergere la contraddizione. Anche se avessimo una casa splendida, la vita simile a un’oasi protetta, e non ci sforzassimo di analizzare il contenuto dei nostri sentimenti, essi svanirebbero. Non riusciremmo a riconoscerli. Ci troveremmo vuoti. Guido non ha smarrito sua figlia, la casa non inghiotte le persone, la conturbante vicina non diventa invisibile: basta aprire gli occhi e gustare il reale, non la routine che taglia le gambe e fa perdere gli affetti.

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