AMOUR/ Il film “gestuale” sul confine tra amore ed egoismo che ha conquistato Cannes

- Maria Luisa Bellucci

Premiato con la Palma doro a Cannes, il film di Michael Haneke ha fatto molto discutere. Lestate può essere il momento giusto per rivederlo, come spiega MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena del film
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Ci sono film che durano il tempo delluscita al botteghino e altri che restano nella memoria chi di il cinema lo ama per davvero. Per questo Amour, di Michael Haneke, è uno di quei titoli che vale la pena recuperare. passato quasi un secolo da quando ha vinto la Palma doro a Cannes – metaforicamente, intendiamoci. Era il maggio 2012 e il trionfo di Haneke suscitò plausi e critiche. Di carattere, queste ultime, di natura prevalentemente morale. Amour, infatti, racconta la vecchiaia di Anne e George. Due anime affini legate dallamore per la musica. Insegnanti di pianoforte, una volta, ora corpi ossidati dagli anni e che trascorrono il tempo tra concerti e una vita per lo più solitaria.

Sono felici, insieme. Dolci e innamorati luno dellaltra come degli attimi che fluiscono così, leggeri, ma sereni. Fino a quando la vecchiaia bussa alla loro porta nella forma peggiore. Un ictus colpisce Anne lasciandola invalida. Non totalmente. lucida e parzialmente autonoma appena ritornata dallospedale. Un processo degenerativo incessante e crudele, però, la rende inerme di fronte allagilità della vita.

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Haneke è spietato nel raccontarci gli ultimi anni di vita di questi due amanti, oltre che amici. Deciso, diretto, senza ombre si addentra sin dallinizio nel cuore del problema. La dignità umana di fronte a una malattia che sottrae, giorno dopo giorno, lautonomia del corpo. Ancor peggio quando, come nel caso della dolce Anne, la mente resta un passo avanti rispetto ai muscoli inermi, per poi spegnersi inesorabilmente anchessa.

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Haneke non lascia nulla allimmaginazione. Nonostante questo la sua scrittura narrativa e registica non è soffocante, né fredda o volgare. Risulta delicata, piuttosto, nel disegnare gesti e caratteri complessi nella semplicità di un evento prevedibile, seppur drammatico. Quello che Haneke fa magistralmente è accompagnare lo spettatore attraverso lo spaccato del tutto realistico, ma non disturbante, con un linguaggio definito e quasi geometrico nelle inquadrature. Dove a parlare più di ogni altro espediente cinematografico sono i gesti. Quelli che quotidianamente e con amore George compie per alleviare le sofferenze dellamata Anne. Senza che mai in alcun momento questo risulti un peso per lui. Lunico strazio è osservare la moglie allontanarsi da lui. allora che uno strano e discutibile istinto di sopravvivenza ha il sopravvento su George. Che si trova, pur con sofferenza, a esaudire lultimo desiderio della moglie.

Non crediamo che Haneke voglia dare un giudizio morale. Né proporre e affermare una soluzione. Certamente, piuttosto, pone una questione che è il nucleo della storia. Cosa si intende per amore? Fino a dove si può spingere e qual è il confine tra altruismo ed egoismo? Noi, per come abbiamo seguito la storia, pensiamo che George agisca per amore sincero verso la sua Anne. Il che – è ovvio – genera dibattiti etici corposi, ma lineari nella soluzione.

Resta il fatto che, già solo per essere riuscito a commuovere con un film lento nelle azioni, incentrato sul significato semantico ed emotivo dei gesti, culla di dubbi morali, Haneke ha di gran lunga meritato la Palma d’oro così come merita di essere recuperato dagli scaffali di questa calda estate. 

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