LARBITRO/ Stefano Accorsi e Geppi Cucciari in un film “bitonale”

- Claudia Cabrini

Passato per il Festival di Venezia, il nuovo film – in bianco e nero – di Paolo Zucca, come si intuisce dal titolo, parla di calcio, ma non solo. La recensione di CLAUDIA CABRINI

L-arbitroR439
Una scena del film

Come dal titolo facilmente si intuisce, Larbitro – il nuovo film di Paolo Zucca, con Stefano Accorsi e Geppi Cucciari, che è stato proiettato a Venezia – parla il calcio. Lo sport più amato e seguito del mondo, dagli uomini soprattutto ma non solo, fa qui da filo conduttore a unavventura un po comica e forse tetra, sicuramente molto sarda, che porta in scena le più bizzarre e scarse squadre di calcio della terza categoria dellisola da una parte, e le più alte cariche della Federazione europea arbitri dallaltra. Tanta passione e rivalità tra due team molto easy – i giocatori, di ogni età, sono allevatori o giovani operai, persone semplici, insomma.

La perdente Pabarile, ultima in classifica, è allenata da un guerriero tutto fuoco, cieco e oramai anziano, Prospero, alias il baffuto e simpaticissimo Benito Urgu, che a suon di cross cercherà in ogni modo di battere lavversaria Montecrastu, guidata dal burbero Brai, un sexy (a questo baderanno le donne, mentre agli uomini lasciamo la magia del pallone) Alessio Di Clemente che stavolta si cala nei panni del fazendero crudele che non perdona gli errori dei suoi operai, che per lui lavorano e contro di lui giocano a calcio. Un film, 90 minuti più recupero, davvero ben fatto.

In bianco e nero per aumentarne lastrazione da tempo, spazio e realtà, Larbitro è sicuramente un prodotto più che interessante, anche e soprattutto dal punto di vista tecnico, coi suoi toni tanto comici quanto cupi, tristi e, perché no, un poco ancestrali. Quasi raccapricciante la vicenda dei due cugini-colleghi (almeno sul campo) che tutto sono tranne che amici. Luno ruba allaltro un agnellino, e per ripicca la sua pena è la morte. Forse anche a indicare che con tutto si scherza tranne che col calcio, lomicidio avverrà proprio durante la partita più combattuta dalle due squadre: quella della finale di campionato. Dove la debole Pabarile riuscirà invincibilmente a trovar la vittoria, e il più giovane dei due cugini la morte. Nessuno, tuttavia, si accorgerà mai del suo cadavere, poiché tutti, dalla vedova attempata al piccolo di 11 anni, troppo presi dai festeggiamenti per il dio pallone.

Molto interessante anche laltro, il secondo tema, quello di Cruciani, un (altro bellissimo) Stefano Accorsi che, invece, considera il suo ruolo, quello dellarbitro, un qualcosa di quasi spirituale, dando tanta (poca) importanza al regolamento quasi questo fosse una religione. Anche la critica sceneggiatura rimanda alla corruzione che troppo spesso si incontra in questo ambito, così come Cruciani che, poverino, una volta scoperto con le mani nel sacco – zeppo di dollari – dovrà rispondere delle sue azioni, arbitrando non la partita del secolo, ma quella che, invece, nessuno (o quasi) conosce. Esiliato nella lontana Sardegna si ritroverà, proprio lui, catapultato nel bel mezzo di Pabarile-Montecrastu, dove nulla è sacro se non il calcio, e il suo regolamento. Qui, per davvero.

Ironica e positiva la firma lasciata da Geppi Cucciari che, tra una battuta e l’altra, farà innamorare il grande Matzutzi (Jacopo Cullin), punta di diamante (e di cross) dei perdenti (ma per poco) pabarilesi. Insomma un film bello, che piace e sicuramente piacerà e che, almeno mi auguro di cuore, farà anche riflettere, oltre che ridere, perché gli spunti per farlo ci sono tutti.

Commovente il finale, con Cruciani festeggiato a suon di vino e cibo buono, perché la squadra più scarsa è diventata la più forte, e con il cieco Prospero che, con la potenza del cuore, ci vede benissimo e, una volta finito il gioco, tira un pallone gonfio di passione e sentimenti, dritto dritto in porta segnando il goal più bello di sempre, quasi fosse tutto vero.

Ma, alla fin fine, non dimentichiamo, qualcosa di reale c’è. È il cadavere del giovane pastore sardo ammazzato dal cugino, per così poco. Un messaggio forte, che richiama forse all’attenzione. Perché dopo tutto, quel cadavere in mezzo alla rete grigia della porta, quel ragazzo strangolato durante gli ultimi secondi pre-vittoria, non l’ha ancora notato nessuno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori