SOTTO ASSEDIO/ Tra proiettili e battaglie un film che mostra il “cuore” degli Usa

- Maria Luisa Bellucci

Con il suo film, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, Elmerrich prende un capitolo spinoso della storia americana per servirlo dentro una confezione spettacolare ma comprensibile a chiunque

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Una scena del film

Se siete stanchi, reduci da una giornata pesante, allora questo potrebbe essere il film che fa per voi. Anzi. Forse no. Se avete voglia e bisogno di ridere, dimenticate quanto vi ho appena detto. Se, invece, siete più per unatmosfera da duri, allora Sotto assedio è la scelta migliore. Si, perché lultimo traguardo di Roland Emmerich (Indipendence day – Il giorno della riscossa), si inserisce nel filone dei film spettacolari. Non perché ci siano effetti speciali in 3D che catturano lattenzione, ma per lo spazio dato a inseguimenti, vere e proprie battaglie e raffiche di proiettili. Non siamo in guerra. Non ufficialmente, almeno. Il teatro degli scontri è un luogo ben lontano dalle polveri calde del Medio Oriente. E non cè stata nessuna dichiarazione ufficiale. La culla del film è Washington DC. La Casa Bianca, per essere precisi, che diventa il bersaglio numero uno di un assedio studiato per catturare il Presidente degli Stati Uniti.

Tutto ha inizio un giorno qualunque in cui lagente della polizia John Cale (Channing Tatum), dopo aver effettuato un colloquio di lavoro proprio alla Casa Bianca, si vede chiudere la porta in faccia dai Servizi Segreti, giudicato inaffidabile e inadeguato per entrare a far parte della scorta. Nessuno, però, può sapere che di lì a poco si scatenerà linferno. Che un gruppo di mercenari armati fino ai denti, cioè, sfonderà la sicurezza e darà vita a uno scenario apocalittico.

Cale e la sua bambina vengono presi in ostaggio. Lui, che non è un tipo qualunque, ma uno che la guerra lha combattuta per davvero, riesce a scappare e scende in trincea. Lui contro gli assalitori. Lui che ha il tempo contato per portare in salvo la sua bambina e, soprattutto, il Presidente degli Stati Uniti. Colpevole, questultimo, di essere fiero sostenitore di una politica pacifista che tende la mano ai nemici storici per spegnere qualsivoglia focolaio orientale.

Il film di Emmerich non può essere di certo considerato tra gli imperdibili. Ma fa sorridere il modo in cui il regista ha portato sullo schermo una tematica così complessa e allordine del giorno come linterventismo americano in Medio Oriente. Mescolando – direi quasi abilmente – diversi piani e posizioni, così da non scontentare nessuno.

Cè proprio tutto, infatti, in questa storia. Cè la voglia di libertà e liberazione dai conflitti che il Presidente Sawyer incarna – lui che, interpretato da Jamie Foxx, non può non ricordarci Obama. Cè la sete di vendetta di chi, nel difendere il Paese, ha perso qualcuno di molto vicino. Cè, infine, chi ha combattuto tutte quelle guerre, è tornato a casa sano e salvo e ora vuole solo servire al meglio la nazione, rendendo orgogliosa quella parte di cuore che lo ha aspettato a casa tutto quel tempo.

Prospettive diverse all’interno di una tematica – quella dell’interventismo americano – decisamente complessa. Non si può dire che Emmerich l’abbia resa banale. Certo, ci sarebbero potute essere mille altre storie da raccontare, meno grandiose nella messa in scena, ma emotivamente e ideologicamente più coinvolgenti. Quello che il regista fa, invece, è prendere un capitolo spinoso della storia americana e servirlo dentro una confezione spettacolare ma comprensibile a chiunque. Puntando sui valori e i sentimenti basilari e comuni che uniscono, al di là delle differenze politiche, gli americani. L’orgoglio, cioè, di servire sempre e comunque la nazione. Che sia come Presidente, come membro dello staff presidenziale, come reduce di guerra nonché padre di famiglia. O come semplice cittadino.

Poi, per il resto, siamo d’accordo sul fatto che ci sono davvero troppi proiettili vaganti. Da un quarto d’ora di film in poi, più o meno, le poche battute di dialogo si alternano a battaglie in piena regola. Un po’ noioso, quand’è la fine, soprattutto perché la storia non avanza grazie a colpi di scena drammaturgici, ma attraverso la vuota, ripetitiva e prevedibile azione “bellica” (ci sia consentito questo termine).

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