CERA UNA VOLTA A NEW YORK/ Un mélo sulla fragilità umana che “libera” una speranza

- Ilenia Provenzi

La fragilità umana è al centro dellinteresse del regista James Gray con unopera che racconta un capitolo di storia importante per gli Usa. La recensione di ILENIA PROVENZI

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La serie

Fa sempre piacere trovare un bel melodramma in costume, con attori di talento e scenografie curate, che dà limpressione di essere catapultati dentro una cartolina depoca. In Cera una volta a New York (The Immigrant è il titolo originale), il regista James Gray ricostruisce gli anni dellimmigrazione dallEuropa verso lAmerica, quando giovani, vecchi e bambini attraversavano lOceano stipati nei transatlantici e spinti dalla speranza di cominciare una nuova vita. Approdavano a Ellis Island, non lontano dalla Statua della Libertà, dove erano costretti a passare attraverso i controlli dellimmigrazione. Molti di loro non superavano lesame medico e burocratico, perché non godevano di buona salute e non avevano un appoggio negli Stati Uniti. Così venivano rispediti in patria.

Siamo negli anni Venti ed Ewa (Marion Cotillard), una bellissima donna polacca fuggita dal suo Paese per raggiungere la zia, è appena sbarcata sullisola quando la sorella Magda si lascia sfuggire un colpo di tosse e viene sottoposta a degli esami. Tubercolosi, è il verdetto. Resterà in quarantena finché non sarà guarita. Ewa rischia di essere a sua volta rimpatriata, perché lindirizzo degli zii sembra inesistente; Bruno Weiss, un impresario con il volto di Joaquin Phoenix, la prende sotto la sua protezione e le offre un alloggio e un lavoro.

In realtà, lo showman raccoglie le ragazze in difficoltà perché si esibiscano in un locale del Lower East Side e proseguano intrattenendo i clienti in camera da letto. Ewa cerca di ribellarsi al suo destino rintracciando gli zii, che in realtà sono sistemati a Brooklyn e potrebbero ospitarla. Larrivo della polizia, però, li costringe ad abbandonarla di nuovo a se stessa. Decisa a salvare la sorella, Ewa non ha altra scelta che tornare da Bruno e vendere il proprio corpo per denaro. «I soldi mi piacciono. Non mi piaci tu. E odio me stessa dichiara la donna, riassumendo la sua situazione con poche, lapidarie parole.

Comincia così un viaggio attraverso linferno della prostituzione e il disperato tentativo di non perdere, nonostante tutto, la propria dignità e la speranza che la redenzione sia possibile. Quanto si è disposti a sacrificare per sopravvivere e salvare chi si ama? Ewa lotta per Magda, Bruno complotta per avere lei, guidato da un sentimento ossessivo e distorto che innesca una spirale di sangue e violenza. Ma lamore può ancora chiamarsi tale, quando provoca sofferenza e lede la libertà e la dignità dellaltra persona?

Dal punto di vista stilistico, Cera una volta a New York è unopera molto raffinata, giocata sulle inquadrature che sottolineano le emozioni, sulla riproduzione elegante dellepoca e sulla bravura degli interpreti. Un capitolo di storia importante per gli Stati Uniti, ma anche per lEuropa, è dipinto nelle sue luci e, soprattutto, nelle sue ombre.

A dominare la scena, a sorpresa, è il percorso di Bruno, che inciampando e dannandosi finisce per trovare nei suoi sentimenti per Ewa una via per purificarsi. Il sacrificio finale rende la sua vita peggiore, ma salva la sua anima.

La fragilità umana, incarnata dall’uomo e dalla donna, è al centro dell’interesse del regista, che si concentra sui tormenti interiori dei due protagonisti. Qualcosa cambia nell’anima di Bruno quando ascolta in segreto la confessione di Ewa in una chiesa del quartiere, così come il cuore di lei si apre di fronte al gesto finale di colui che, mantenendo la promessa, la riporta dalla sorella. Allora perché il coinvolgimento stenta a manifestarsi nello spettatore?

Forse per l’inutile triangolo amoroso, che complica la vicenda senza aggiungere un valore emotivo alla storia. Forse perché è mancato il coraggio di esplorare l’amore fino in fondo, arrivando dritto al cuore.

Rimane però la speranza che una via d’uscita sia sempre possibile, che cambiare il proprio destino non sia un miraggio e che la libertà, simboleggiata dalla celebre statua che domina la baia, sia un obiettivo a cui si può e si deve arrivare.

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