DUE GIORNI, UNA NOTTE/ Il film sulla lotta che aiuta a non sentirsi “inutili”

- La Redazione

Nominato alla Palma doro questanno a Cannes, il film dei fratelli Dardenne con Marion Cotillard tocca alcuni temi che più che mai ci sono vicini. La recensione di MARIA RAVANELLI

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Una scena del film

Sandra (Marion Cotillard) è sdraiata sul divano, russa lievemente, si sveglia finalmente solo dopo molti squilli del suo cellulare. Nella prima scena è sola, e la sua prima apparizione non la definisce in nessun modo: non sembra una mamma, quale in realtà è; non sembra neanche una moglie e tantomeno una lavoratrice e collega. Sembra solamente una giovane donna distrutta: mentre tira fuori una torta – fatta appositamente per i suoi due bambini, di cui noi spettatori apprendiamo dunque lesistenza – riceve una telefonata che in un certo senso darà uno scossone alla sua vita.

A chiamarla è una collega dellazienda di pannelli solari per cui lavora, Juliette (Catherine Salée), che le spiega quel che è successo durante la giornata: una votazione, che è stata imposta dal direttore e dal caporeparto della sua sezione, per decidere tra il suo licenziamento o lacquisizione del bonus – una sorta di tredicesima, che si basa sugli anni di anzianità di servizio – da parte delle persone che lavorano con lei. O almeno che lo hanno fatto, finché la sua malattia non lha costretta a rimanere a casa. Sandra, infatti, ha sofferto e soffre di depressione. Non in molti, comunque, hanno scelto di rinunciare al bonus per riaverla in squadra, proprio ora, quando solo un weekend la separa dal rientro in ufficio.

In pochi minuti, giusto le prime due scene di Due giorni, una notte, Sandra assume il ruolo di mamma, moglie e collega qual è, senza però mostrarsi in grado di saperne vivere anche solo uno serenamente. Suo marito, che si precipita a casa poco dopo la telefonata di Juliette, la trova a letto, profondamente annientata e scossa da quanto ha appesa appreso. Non è più né mamma, né moglie, né nientaltro. il niente, come se fosse svuotata: si fa determinare completamente dal vuoto della malattia, che parla al posto suo, che non-agisce al posto suo. La depressione la blocca e la fossilizza ancora, in particolare sullidea che la sua persona, la sua vita, il suo essere al mondo non valgano nulla.

Solamente la forza e la pazienza di Manu (Fabrizio Rongione), suo marito, riescono a convincerla ad alzarsi dal letto, per riconquistare, pur con il poco tempo a disposizione, il lavoro che le spetta. Con laiuto di Manu e Juliette, passa il sabato e la domenica in giro per la città, andando di casa in casa a trovare tutti i suoi colleghi, per fargli cambiare idea.

Qui emerge un altro tema, attualissimo e caro ai registi francesi Jean-Pierre e Luc Dardenne, che è pregnante in tutta la pellicola, ovvero quello della crisi economica. Qualcuno, in risposta alla richiesta della protagonista, sarà costretto a negarle la possibilità di tornare al suo lavoro – che le serve per pagare la casa in cui vive con la sua famiglia – proprio per motivi economici. Il bonus serve: quei soldi in più garantiscono, nella gran parte dei casi, i pasti in tavola e non certo beni di lusso. Altri colleghi, invece, la affronteranno con il muso di ferro, facendola ricadere nel vortice di emozioni negative che spesso durante la pellicola la travolgono e che ogni volta la convincono a lasciare perdere questimpresa. Sono quelli i momenti in cui la presenza di suo marito è fondamentale: lui, che le è stato accanto durante la sua malattia, ne conosce bene i sintomi – che, peraltro, si dispiegano benissimo nel personaggio di Sandra – ed è più che consapevole che i comportamenti di sua moglie sono dettati dalla depressione, ma sa anche che quella è la donna che ama e che ha sposato.

Sandra è sempre Sandra agli occhi di Manu, sua moglie e la mamma dei loro bambini, che nonostante la prova durissima a cui è sottoposta e contro cui deve lottare, non si arrende. Cade, inciampa e ha bisogno di qualcuno che – fisicamente – la rimette in piedi, ma c’è. Non tutti i colleghi dell’azienda, comunque, chinano il capo davanti alla domanda di Sandra: alcuni hanno una reazione che neanche lei si aspetta. I volti umani, le lacrime che sono disposti a versare e i compromessi a cui scendono – profondamente reali e pieni di vita – sono l’altra linfa dalla quale Sandra attinge la forza smisurata che la porta fino in fondo.

Quel pensiero, che la convince di avere un “inutile” ruolo e posto nel mondo, pian piano, si scolorisce fino a diventare meno nitido, fino a farle recuperare la forza di andare in azienda il lunedì mattina per assistere alla nuova votazione.

Un film attualissimo, che tocca alcuni temi che più che mai ci sono vicini – e ben lo può capire chi ha conosciuto e vissuto con un malato di depressione o chi lotta tutti i giorni per far quadrare i conti di casa -: non c’è nessuna nota negativa, neanche nella semplicità delle sceneggiature, che ben si adattano a quello che hanno il compito di mostrare allo spettatore. Un’umanità fragile da sola, ancora più debole e corruttibile in disparte; ma forte – nonostante i limiti evidenti – quando c’è in ballo qualcosa di più importante, come la famiglia, l’amore per la propria moglie o per il proprio marito, l’affetto e la salute di un’amica.

 

(Maria Ravanelli)

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