GHOSTBUSTERS/ La commedia con un mix da urlo che ravviva le feste

- Emanuele Rauco

Uscito nel 1984, il film diretto da Ivan Reitman è riuscito a unire la commedia con la fantascienza, diventando un cult del cinema anni 80. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Bill Murray in una scena di Ghostbuster del 1984

Who ya gonna call? si chiedeva la canzone di Ray Parker che nel 1984 inondò le radio e i cinema. Una domanda (chi chiamerai?) la cui risposta è da 30 anni Ghostbusters – Gli acchiappafantasmi. Una delle commedie più celebri degli anni 80 diretta dal veterano Ivan Reitman, che ha superato tre decenni senza praticamente sentire mai la vecchiaia, tanto da essere riproposto nei cinema di tutto il mondo per il trentennale con successo e da diventare uno dei film preferiti per passare le feste, come molti dei cult-movies anni 80.

La trama, ispirata al cortometraggio Disney del 1937 Gli scacciafantasmi, vede un gruppo di scienziati di vario tipo impegnati nello studio di presenze extra-corporee. Quando si troveranno faccia a faccia con un vero ectoplasma decideranno di fondare una società e di mettersi in affari dando la caccia ai fantasmi che imperversano a New York, città che pare particolarmente ricca di presenze, tra cui il demone Gozer e quella apparentemente giocosa delluomo di marshmallow.

Scritto dal protagonista Dan Aykroyd e Harold Ramis, il film è uno dei punti più alti e celebri del cinema secondo il Saturday Night Live, in cui la commedia paradossale e demenziale si sposa con la fantascienza leggera dei figli di Spielberg e che in quegli anni diede vita a piccoli grandi classici come Ritorno al futuro, Gremlins e altri: questo è quello in cui la parte comica emerge più prepotente grazie alla verve e allaffiatamento di un gruppo di attori che da più di 10 anni calcavano insieme i palchi televisivi e teatrali dei cabaret newyorkese: oltre agli sceneggiatori Ramis e Aykroyd, lindimenticabile Bill Murray (che parafrasa Giulio Cesare con la celebre venimmo, vedemmo e lo inculammo), Ernie Hudson e Rick Moranis, a cui si aggiunge una Sigourney Weaver mai così seduttiva.

Contravvenendo, come fece notare Roger Ebert, alla regola che dei grandi effetti speciali rovinino una commedia, Ghostbusters mescola in modo praticamente perfetto il respiro della comicità statunitense, fatta di giochi di parole, di gag fisiche rese surreali dal modo in cui gli attori dosavano la loro mimica, e lo spettacolo degli effetti visivi che riescono a creare davvero una dimensione parallela dentro i luoghi di New York, riuscendo a spaventare mentre si ride e viceversa.

Successo clamoroso che fruttò un seguito del 1989 – inferiore come di consueto ma ugualmente piacevole da rivedere – e un’idea di terzo capitolo di cui si parla in questi giorni, una serie animata, vari videogiochi e un merchandising che fruttò più di un miliardo di dollari ai produttori: e che lanciò il gruppo di interpreti nell’Olimpo di Hollywood, soprattutto Murray.

Un film che rivisto mostra non solo la cura produttiva e realizzativa che lo hanno reso vivo ancora oggi, ma anche il coraggio delle major dell’epoca nel fondere anime diverse in un solo film, nel cercare di non deludere i vari target del pubblico senza compromessi al ribasso, senza livellare il film verso il minimo comun denominatore, ma spingendo le componenti al limite, tanto nella risata, quanto nello spavento e l’avventura, a differenza dei blockbuster contemporanei. Non è un caso che per celebrare le feste con la famiglia si scelga questo tipo di film e non i Transformers. 



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