JERSEY BOYS/ Il film di Eastwood “soffocato” dalla musica

- Dario Zaramella

Il nuovo film di Clint Eastwood, tratto da un musical, racconta la storia dei Four Seasons, gruppo in voga in America negli anni 60. La recensione di DARIO ZARAMELLA

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Una scena del film

Quando si tratta di mettere in scena piccoli e grandi drammi personali, Clint Eastwood è uno dei primi registi che vengono in mente. Da I Ponti di Madison County al godibilissimo Mystic River, Eastwood riesce a creare dei personaggi spesso infelici, ma sempre mossi da un ideale o da una forte passione. Ma, di tutta la sua filmografia, è forse Million Dollar Baby lopera che più si avvicina, con le dovute distanze, a Jersey Boys.

Con le dovute distanze ho detto, perché, se in entrambi i casi la macchina da presa segue il protagonista (o i protagonisti, nel caso di Jersey Boys) dagli inizi della carriera, spesso pieni di rinunce e sogni, al successo mondiale, fino allinevitabile declino, è anche vero che allultima fatica di Eastwood manca la verve drammatica attorno a cui si sviluppava la vicenda della boxeur Maggie.
Innanzitutto, Jersey Boys è tratto da un musical, e in quanto tale buona parte del film è dedicata alle esibizioni musicali dei Four Seasons, gruppo in voga negli anni 60 di cui il film si propone di rappresentare la tormentata biografia.

Frankie Valli (John Lloyd Young), Tommy DeVito (Vincent Piazza), Bob Gaudio (Erich Bergen) e Nick Massi (Michael Lomenda) fanno di tutto per allontanarsi dalla strada, e il modo migliore per farlo è – parafrasando le parole, rivolte direttamente allo spettatore, di Tommy – affiliarsi alla mafia o fare successo. E il successo non tarderà ad arrivare, come testimoniano le curate ma fin troppo numerose esibizioni sui più prestigiosi palchi degli Usa; accanto al successo, però, emergono in modo sempre più violento quegli attriti che, fin dallinizio, hanno minacciato di far sciogliere il gruppo.

In particolare, è il rapporto tra Frankie e Tommy a destare maggiore interesse: timido e talentuoso solista il primo, leader egocentrico e irresponsabile il secondo; il loro legame nasce come una goliardica simpatia, e si trasforma poi in qualcosa di più sfaccettato, una sorta di amore-odio sancito da una promessa fatta anni prima. Nemmeno gli altri membri della band, oscurati da due personalità così forti, finiscono per diventare macchiette, e anzi, non è un caso che la sequenza meglio riuscita dellintero film sia, nella parte finale, il violento confronto a casa del boss mafioso Angelo De Carlo (Christopher Walken), in cui ogni personaggio vomita sullaltro il risentimento accumulato nel corso degli anni.

La realizzazione tecnica svolge egregiamente il proprio dovere, sia che si tratti di rappresentare gli esordi da scugnizzi tra le strade e le prigioni del New Jersey, sia che debba accompagnare le esibizioni della band. Purtroppo, la natura di musical del film, se da una parte serve a celebrare un tipo di musica ormai dimenticata e amata dal regista, dallaltra spezza il ritmo della narrazione, costringendo gli sceneggiatori a inserire spunti ed elementi di interesse (le due donne di Frankie, il senso di inferiorità di Nick) senza però approfondirli. Ed è un peccato, perché, se si eccettua una parte centrale fin troppo densa di esibizioni fini a se stesse, linizio e la fine hanno un ritmo ben sostenuto, condito da unironia che non stona e da unintrospezione più accentuata.

Il fatto che molti attori provengano dal teatro, e in particolare dal musical di Broadway, non fa altro che confermare l’intento di Eastwood, cioè quello di cavalcare l’onda del successo del musical, con tanto di ballo finale sui titoli di coda. Quando ci si occupa di una biografia, soprattutto di una persona famosa (e in particolar modo un cantante), il rischio di sacrificare la componente prettamente filmica in favore dell’omaggio è sempre presente, specie in un caso come questo, in cui alcuni degli attori principali sono stati scelti più per le loro doti canore che attoriali; in questo caso ci troviamo di fronte a una biografia sicuramente interessante, ma che sembra essere messa in secondo piano tra una performance di “Big Girls Don’t Cry” e di “Walk Like a Man”.

In definitiva, si tratta di un ottimo e sincero inno d’amore alla musica degli anni ‘60, puntellato da momenti in pieno stile Eastwood (il rapporto di Frankie con la figlia, la vivacità con cui è messa in scena la vita di strada) e impreziosito dalle canzoni dei Four Seasons, le quali però, nella loro preponderanza, finiscono per soffocare quella che, con un po’ di spazio in più, sarebbe potuta essere una storia da standing ovation.

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